venerdì 12 luglio 2013

Falene e Farfalle - 2^ e ultima parte

continua dalla prima parte

Una notte di inizio estate era fuori ad attenderlo, e lui, senza pensare a come l'avrebbe trascorsa, le corse incontro. La sua automobile lo accolse entusiasta, conscia del fatto che, quella notte, l'itinerario sarebbe stato ben diverso dal solito, diurno, nervoso sfrecciare su tangenziali trafficate e brusco frenare davanti a semafori di umore mutevole, tiranni del traffico cittadino. Sul sedile a fianco giaceva un cd, gentile omaggio di Vanessa, segretaria alla reception della sua azienda. Lei era l'unica che pareva non stupirsi dei suoi discorsi sulle falene, gli aveva dato il cd quella sera stessa, prima di uscire dall'ufficio, con la raccomandazione di ascoltarselo di notte, mentre guidava. Lui pensava che era strano che Vanessa, con la quale non aveva un rapporto granchè confidenziale, avesse quasi indovinato i suoi programmi per la serata, ma di stranezze era intrisa tutta la sua vita nelle ultime settimane, quindi non diede troppo peso all'episodio. Fu veloce, l'automobile, a scrollarsi di dosso le angherie del traffico metropolitano di un inizio week-end monotono e già stanco, e in breve tempo si era lasciata dietro di sé le luci della città, rese fioche dalla nebbia di falene che nottetempo si infittiva, formando quasi una cappa, che si aggiungeva a quella già esistente, fatta di fumi industriali e nevrosi umane. Così, improvvisamente, lui si accorse che la Notte, quella vera, aveva ben altre luci, e che il Buio era pieno di colori intriganti. La sbarra del casello dell'autostrada si era appena alzata, aprendo il sipario sull'asfalto notturno, il cd di Vanessa aveva appena iniziato a girare, lui cominciò a respirare sul serio, profondamente, abbandonando il "pensare" e abbandonandosi alla Vita. La musica cominciò ad invadere l'aria: un preludio di tastiere elettroniche, con sottofondo di acqua che scorre calma, una voce femminile dolcissima, quasi diafana, intonava una melodia struggente. Poi, quasi dal niente, il ritmo crescente di percussioni, e ancora suoni melodiosi di tastiere elettroniche che andavano a sovrapporsi al tutto. Il ritmo diveniva sempre più selvaggio e i suoni campionati disegnavano florilegi nell'aria. La luce della Luna piena, fortissima, sembrava riflettere oltre i raggi del Sole dal lato opposto del cosmo, anche i suoni celestiali della sua auto, amplificandoli, per la gioia di tutte le stelle che trapuntavano come diamanti tutto l'arazzo della volta celeste. Lui fu preso da una strana estasi. Aveva la netta sensazione che non fosse più la sua vettura a scorrere veloce sull'asfalto, ma questo a scorrere sotto le sue quattro ruote, ferme, passive. Era una sensazione vivida: lui, immobile col volante in mano, vedeva la strada, il paesaggio e la notte, venirgli incontro, quasi fossero cose vive, che lo invitavano ad entrare in scenari sempre nuovi, al ritmo di una musica artificiale, ma che sprigionava melodie sovrumane, quasi divine. La sensazione si prolungava, sino ad aderire perfettamente a qualcosa che lui percepì come “realtà”.
In quel preciso istante, la vide. Era una farfalla dalle ali bianche, immacolate; grandissima, bellissima. Aveva attraversato, muovendosi al ritmo della musica, tutto il cristallo del parabrezza anteriore, per andarsi a posare dolcemente sullo specchietto retrovisore esterno. Poteva vederla lì, a pochi centimetri dal suo naso. Lui fu colto da meraviglia infantile, e la gioia che aveva preso il suo cuore si espanse a dismisura quando vide arrivare le altre farfalle. Erano tantissime, coloratissime, le loro ali sembravano disegnate dal Divino in persona, e sicuramente, pensò lui, non poteva che essere così. Lui abbassò il finestrino, e le farfalle, che continuavano ad arrivare a lui sempre più numerose, magnificarono del palpito delle loro ali anche l'interno dell'auto. Frattanto, fuori, il paesaggio aveva improvvisamente smesso di scorrere, e si era fermato. Le farfalle improvvisamente scesero dall'auto, e lui le seguì.
Al posto di quello che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere una normale stazione di servizio autostradale, era una specie di ritrovo notturno. La scritta luminosa, sopra, recitava “Crazy Butterfly”, lampeggiando alternativamente di blu, verde, giallo e rosso. Entrò, preceduto dalle sue farfalle. Nessuno gli domandò il biglietto. Dentro il locale risuonava la stessa musica che l'aveva accompagnato nell'auto. L'ambiente era pieno di farfalle dai colori magnifici, che volteggiavano a tempo di musica deliziando i presenti, un pubblico di persone di tutte le età che gli sorridevano e sembravano lieti di vederlo aggiungersi alla loro compagnia, e al bancone bar, con sua sorpresa, incontrò Vanessa, l'amica della reception della ditta, che gli stava sorridendo e sorseggiava un cocktail.
“Tu ...qui?” disse lui.
“Io sono sempre stata qui” rispose lei sorridendogli.“piuttosto” proseguì lei “benvenuto a te, tra le farfalle”.
“Io credevo che si fossero estinte” disse lui “non vedevo che falene in giro”.
“Oh, le falene” riprese lei, “quelle siamo sempre noi farfalle”.
“Come sarebbe a dire?” chiese lui stupito.
“Non esistono falene e farfalle, quelle che vedi in città siamo sempre noi farfalle che ci travestiamo da falene. Lo facciamo per provocare. Per vedere quanti tra voi se ne accorgono, e quanti restano indifferenti” rispose lei.
“Ma cos'è, uno scherzo? Io avevo preso sul serio 'sta cosa, ed ora invece salta fuori che è una presa in giro!!!” sbottò lui, oltre che sorpreso, lievemente irritato.
“Beh, non credo sia uno scherzo. Quando ci viene ordinato di fare qualcosa, in genere, è roba seria”, disse lei tranquilla.
“Ordinato? Chi ve l'ha ordinato?” inquisì lui.
“L'istinto, l'intuizione. Viene da Madre Natura, o da Dio, adesso non so bene... Anche tu comunque ce l'hai, ricordi? Altrimenti cosa ci faresti qui, se non avessi intuito che qualcosa laggiù, in città, non andava?” disse lei serenamente.
“Perchè? Che senso può avere tutto questo?” domandò lui, mentre vedeva volteggiare meravigliose farfalle e ridere di felicità alcuni presenti.
“Beh, a quanto pare, ogni tanto, nel mondo, c'è qualcosa di vecchio che deve morire e qualcosa di nuovo che deve nascere. Il mondo deve cambiare, e pare abbiano deciso che il momento sia arrivato. Fenomeni anomali come quello di noi farfalle servono a segnalare che le cose stanno cambiando e aiutano le persone che se ne accorgono a scegliere. Tu stai conoscendo la differenza tra farfalle e falene. Così puoi scegliere. Che ne dici, ti piace qui?”, disse lei, alludendo, con un gesto della mano, al posto dove si trovavano.
Lui guardò negli occhi Vanessa, sorrise, ed ordinò al barista il cocktail specialità della casa.
Quella notte fu lunghissima, sembrò non finire mai.

Il lunedì successivo, lui si presentò in ufficio, puntuale come sempre. Sorrise a tutti gli sguardi perplessi dei colleghi, mostrò di ascoltare attentamente le critiche che il capo gli rivolgeva sulla pochezza dei risultati che aveva ottenuto la settimana precedente. Rise, senza farsi troppo notare, delle ossequiose risate di scherno dei colleghi, e del loro riverente buonumore diffuso.
Cominciò la nuova settimana disteso e sereno. Attorno a lui volavano solo Farfalle.

Marco Bertelli

giovedì 11 luglio 2013

Falene e Farfalle - Parte 1^

“Non c'è Luce nella luce del giorno. C'è solo nebbia. Una nebbia potente, tanto da sembrare invisibile, tanto da intrappolare la mente e addormentare il Cuore”.
Un pensiero ad alta voce, improvviso e perentorio, sussurrato alle gocce d'acqua che, indifferenti, scendevano nella doccia e correvano ad abbracciare le essenze di sandalo che aspettavano nel bagnoschiuma, versato abbondante sulla pelle già umida, per poi evolvere in un profumo dolce e inebriante. Lui sapeva che a nessun altro quel suo pensiero poteva essere rivelato. Ne era certo, perchè da un po' di tempo vedeva correre i suoi pensieri, come spinti da un'incontrollabile forza, lontano da quelli delle persone che popolavano la sua quotidianità.
A causa delle falene. Ce n'era un'invasione. Da qualche settimana a quella parte se ne incontravano ovunque, a stormi: per strada, nei bar, nei centri commerciali, nelle fabbriche, nelle officine, negli uffici. Persino nel suo climatizzatissimo e modernissimo ufficio, sede di una famosissima compagnia telefonica internazionale, che da lui, suo agente di vendita, si aspettava fatturati sempre più strabordantissimi.
Non è che lui odiasse le falene, anzi, gli erano anche simpatiche, e poi sapeva che erano del tutto inoffensive; il fatto è che le falene dovrebbero vivere di notte e nelle zone ad alto tasso di vegetazione. Cosa ci facevano (così numerose, tra l'altro) attaccate agli scappamenti delle auto in coda sulla tangenziale, o tra gli scaffali dei detersivi al supermercato, o sulla punta dei trapani negli studi dentistici, o sopra i display dei registratori di cassa delle farmacie, o nel portapenne sulla scrivania del suo capo, tra il tagliacarte d'argento e la Mont Blanc d'oro?
Aveva provato a parlarne in giro, ai suoi colleghi in primis: nessuno sembrava notare il fenomeno. “Ho da far firmare i contratti io, altro che pensare agli insetti, mica mi pagano le tasse quelli. Dovresti pensarci anche tu, sai? Per gli insetti c'è l'apposito spray insetticida”, questa era la risposta che veniva pedissequamente ripetuta da ogni bocca di collega, dopo che le rispettive orecchie avevano udito la domanda: “Ma hai visto quante falene ci sono in giro? Non ti sembra strano?”.
“Le falene sono innocue farfalle notturne, non zanzare-tigre. E poi un insetticida non le farebbe nemmeno starnutire. Stamattina, mentre ero all'ingorgo, ne ho contate ventitre che danzavano allegramente la samba dentro una nuvola diesel che usciva dalla marmitta di un tir polacco. E' una cosa del tutto assurda e innaturale”, tentava di far notare lui. Ciò che gli altri sembravano notare, però, era quel suo strano incaponirsi su quello che, secondo loro, era un casuale, insignificante fenomeno. Il fatto che tv, giornali e web, quasi non facessero menzione di tale fenomeno, contribuiva in maniera determinante a rendere ancor più imbarazzante la sua posizione nei confronti dell'opinione pubblica, rappresentata non solo dai colleghi ma anche da amici abituali e i familiari, che per sua fortuna non vivevano con lui, essendo egli un single nel mezzo del cammin di sua vita.
Molteplici correnti di pensiero si erano diffuse a proposito del suo recente stato mentale, tra parenti e conoscenti vari:
“Ha bisogno di una donna, di un rapporto solido”, pensava chi gli voleva bene.
“Sta diventando deficiente”, il restante 98,7 %.
“Lo stiamo perdendo”, concordavano tutti.
Lui, dal canto suo, un po' si stupiva delle altrui opinioni nei suoi riguardi, ma, ciò nonostante, continuava a mostrare preoccupazione per il fenomeno delle falene.
“Come mai non si vedono più farfalle, con le loro meravigliose ali vellutate, dai colori più fantasmagorici? Mi basterebbe anche una farfalla con le ali bianche, ma non ne vedo più nemmeno di quelle. L'altro giorno, andando a visitare un cliente poco fuori città, sono passato vicino ad un bosco. Mi sono fermato, sono sceso dall'auto e sono andato a vedere se trovavo qualche farfalla. Macchè, solo sciami di falene. Rumorosissime. Ne ho viste che ronzavano attorno ad un cinghiale che mi ha guardato preoccupato prima di addentrarsi nel bosco, scocciatissimo. Quasi fosse colpa mia...”. Questo fu il suo estemporaneo intervento, poco prudente secondo i più benevoli, effettuato nel corso della consueta riunione programmatico/motivatoria degli agenti di vendita del lunedì mattina, e che gli costò una serie di sguardi perplessi dei colleghi e osservazioni sarcastiche da parte del capo: “Ti vedo un po' strano ultimamente. Dicono alcuni tuoi colleghi, che da un po' di tempo ti interessi parecchio agli insetti, ma quel che è grave è che lo dice anche il report del tuo fatturato. Che pensi di fare? In questa azienda non è prevista la mansione di insettologo”.
Ossequiose risate di scherno dei presenti, riverente buonumore diffuso.
“Le falene non sono soltanto insetti, sono farfalle notturne, non dovrebbero girare a sciami di giorno. E poi si dice entomologo, non insettologo”, la sua laconica replica.
Imbarazzo generale. Silenzio. Il fatturato complessivo del gruppo di agenti, la settimana precedente, non era stato poi così disastroso. Il capo, pietosamente, decise di soprassedere.
Quell'osservazione del capo, però, fu il preludio di una settimana piuttosto deludente per lui. Continuava ad osservare quel fenomeno alquanto anomalo, e la parallela indifferenza altrui. Osservava, e questo era ancor più deludente, come i clienti si mostrassero ritrosi ad accettare proposte da un agente di vendita, simpatico sì, ma più incline all'entomologia che agli aspetti economici del contratto da firmare. Certo, lui si rendeva conto che non era tenuto a parlare di falene e farfalle durante le trattative, ma per lui era un impulso irresistibile, che non poteva e forse, in cuor suo, non voleva controllare. Un impulso che non sapeva bene da dove arrivasse, ma che sentiva di dover assecondare, quasi nascondesse in sé una rivelazione: ma quale?
Per il momento, l'unica cosa che a lui si era rivelata, era la spaccatura tra egli stesso e il mondo, evidenziatasi nella progressiva perdita di sintonia con gli schemi e i pensieri che, sino a poco prima, gli erano abituali. Spaccatura che si manifestava sempre più macroscopica nell'atteggiamento degli amici che era solito frequentare, e che ultimamente non gli chiedevano nemmeno più quali proposte avesse per il fine settimana, tali da rendere meno doloroso e noioso il passaggio del tempo che intercorreva tra le sei del venerdì sera e le otto del lunedì mattina successivo. Era da un po' che lui non riusciva più a pronunciare alcune parole, tra cui “stadio”, “pub”, “birreria”, “pizzeria”, “ristorante” e “discoteca”. Per i suoi amici questo suonava parecchio male; per loro, lui era diventato simile ad un soldato che non ricordava più la parola d'ordine, e che per questo non poteva essere riconosciuto come amico dalla sentinella di guardia al sacro altare del week-end.
Lui, in fondo, non se ne rammaricava più di tanto. Piuttosto, gli mancavano le farfalle. Questo, a ben vedere, era ciò che lo sconfortava più di tutto.
Così, quel venerdì sera, sotto la doccia, quell'improvviso pensiero. Quella nuova rivelazione che la sua voce rapiva dal cuore: “ Non c'è Luce nella luce del giorno. C'è solo nebbia....”. 

Fine prima parte
 

Marco Bertelli

mercoledì 1 maggio 2013

Il senso (non) comune delle cose

Primo Maggio 2013, ore 10,30 circa. Esterno di un centro commerciale qualsiasi della bassa padana. L'altoparlante che diffonde musica a caso, per il comodo sonno degli avventori che stanno varcando la soglia dello spaccio, si interrompe improvvisamente. La speaker annuncia: “La Signora Gesualda Strapacchioni è attesa urgentemente dal figlio al punto raccolta clienti”. Il nome della signora è ovviamente di fantasia, l'annuncio assolutamente no.
C'è un figlio che è alla disperata ricerca della madre, che non trova più.
A me, personalmente, piace capovolgere la cosiddetta “normalità”, ovvero il senso della realtà così come viene concepito dal “senso comune”. E' un esercizio che faccio quotidianamente, proprio perchè al cosiddetto “senso comune” non credo più da molto tempo, oramai. Quando, per esempio, vedo padre e figlioletto che passeggiano in un posto qualsiasi, sono più propenso a pensare che sia il bimbo che “tiene” la mano del padre, e non viceversa, come ai più verrebbe spontaneo pensare.
Capovolgere il “comune” senso delle cose, in effetti, più che un “esercizio”, è un modo come un altro di vedere la realtà. Mi rendo conto (senza rammarichi da parte mia) che parlarne in giro non depone molto a favore della mia “sanità mentale” agli occhi dell'opinione pubblica, ma quell'annuncio di cui sopra, se non altro, mi da un po' di coraggio nell'affrontare le perplessità degli assertori del “senso comune”, nel caso volessi aprire con loro un dibattito sulla validità del medesimo. No, meglio di no. Nessun dibattito. Non mi interessa imporre ciò che io suppongo sia l'assoluta validità di una teoria “sconvolgente”, né, a mia volta, mettere in discussione la “sanità mentale” di chicchessia.
In fondo, ognuno vede ciò che crede di vedere.
Sta di fatto che i genitori che un tempo “perdevano” i loro pargoli irrequieti che si allontanavano per i fatti loro, attratti da chissà quali curiosità, mentre i genitori magari erano impegnati a contemplare, fantasticando, qualche vetrina che calamitava a livelli inverosimili la loro attenzione, oggi vengono “smarriti” dai rispettivi figlioli, costretti a rivolgersi al personale di servizio per recuperarli.
Forse ci dovremo abituare ad episodi di questo tipo, o forse ci siamo già abituati. Anzi, credo proprio che ci siamo talmente abituati, che già non ci facciamo più caso.
Nessuno, o quasi, ha fatto per esempio caso al fatto che oggi, Primo Maggio, festa dei lavoratori, ci sono un sacco di negozi aperti nelle città e centri commerciali di periferia che funzionano a pieno regime, con personale di servizio efficientissimo, che recupera genitori smarriti con brillante facilità.
Per il “senso comune”, oggi dovrebbe essere la Festa dei Lavoratori.
Per il mio “senso (non) comune”, oggi è un giorno in cui, come in tutti gli altri giorni, il lavoro ha “fatto la festa” ai lavoratori.
Pensate pure, se vi piace, che io abbia problemi di “sanità mentale”.

Marco Bertelli

giovedì 25 aprile 2013

Eremo

Mi chiamo Eremo e sono un Partigiano. Noi Partigiani facciamo come i frati quando entrano in convento: cambiamo nome. Quando saliamo sui monti a combattere, cambiamo anche pelle. Diventiamo l'idea di noi stessi: il nostro nome da Partigiani è la nostra Fede.
“Mi sento di morir”, dice una frase della nostra canzone. Ma noi siamo già morti, per fortuna.
Abbiamo già ucciso noi stessi e tutto quello che eravamo prima di decidere di combattere.
Abbiamo abbandonato il nostro lavoro, la nostra casa, la famiglia, gli amici. Adesso loro non esistono più per noi, e non sappiamo se domani esisteranno ancora, ma è per amor loro che siamo qui, perchè, indipendentemente dalla nostra sorte, loro devono continuare ad esistere.
I miei Compagni mi hanno chiamato così perchè sono uno che non sta tanto in compagnia. Non mi hanno dato questo nome per scherzarmi o per farmi sentire isolato. Tra di noi non esiste cattiveria, perchè siamo uniti dalla stessa sorte e non possiamo odiarci. E non ci sentiamo mai soli, perchè anche quando non ci parliamo e ognuno di noi guarda in direzioni diverse, sentiamo fin dentro alle ossa che ognuno di noi sorveglia gli altri e rischierebbe la propria vita pur di togliere un suo Compagno dal pericolo. E' così che si vince la guerra.
A me piace stare isolato, un po' lontano dagli altri miei Compagni. Mi piace osservarli, ascoltarli quando parlano e ridono tra loro, bevono vino rosso e raccontano di quello che erano prima della guerra, e fantasticano su quello che vogliono essere dopo. Sto zitto e sorrido: non potrei aggiungere o togliere altro ai loro discorsi, che sono anche i miei.
Quando questa guerra sarà finita, qualcuno di loro non tornerà alla casa che aveva lasciato prima di salire quassù. Altri torneranno, ma non troveranno più nulla, se non macerie. Altri ancora troveranno tutto quello che avevano lasciato, e qualcuno ad aspettarli.
Da lì ricomincerà la loro nuova vita, nata dalla morte di quella precedente.
In mezzo a quelle vite, loro sono stati Partigiani.
Chissà per quanto tempo se ne ricorderanno, e chissà per quanto tempo le generazioni a venire ascolteranno i loro racconti, e cercheranno di capire l'amore, l'odio, la paura, il coraggio, la speranza il dolore e la voglia di Pace che si provano quassù, dove si dorme a turno, abbracciati ognuno alla propria mitraglia, e si combatte per fare in modo che questa guerra sia finalmente l'ultima.
Non lo so. Ma io ho scelto: anche quando tutto sarà finito io rimarrò qui, su questi monti.
E rimarrò vivo per sempre, perchè io sono già morto e ho oltrepassato il tempo.
Chi mi verrà a trovare potrà ascoltare la storia di noi Partigiani, pronti a combattere per la Vita di altri, per la loro Vita. E se sentiranno la minaccia di un altro invasore, io li guiderò tra i sentieri e i boschi di questi monti, nei casolari dove si rifugiano i Partigiani e dove i Partigiani rinascono a nuova Vita, per combattere. E mi unirò a loro.
Eremo, il Partigiano, è sempre pronto a combattere quando è necessario.

Marco Bertelli

martedì 16 aprile 2013

Sintomi


Non appena il display a fianco della porta dell'ambulatorio medico, davanti al quale era in attesa, segnò il suo numero, lui si precipitò all'interno dello studio, incurante del rumore roboante che aveva provocato il suo semplice spingere in basso e poi in avanti la maniglia della porta, che ora, dopo essere stata rapidamente richiusa, traballava a causa dello spostamento d'aria che quell'impetuoso movimento aveva provocato.
Era troppo agitato. Entrò quasi trafelato, nonostante l'attesa di prima non richiedesse alcun movimento particolare.
Proclamò a voce alta e senza alcun convenevole di rito: "Dottore, la prego, mi guarisca!!!".
Il medico, che stava ancora completando le operazioni di archiviazione al computer della visita precedente, non fu attratto nè dal fragoroso rumore dell'insolita irruzione del paziente, nè dalla preghiera che, lanciata ad alto volume, aveva interrotto la quiete che faceva parte delle "regole" del suo lavoro.
Restò all'apparenza indifferente, il Medico. Diede una occhiata di sfuggita al paziente, tanto per capire chi fosse, e poi, tranquillamente, facendo cenno al paziente di accomodarsi sulla sedia di fronte a lui, disse: "Mi dica".
E impetuoso come un'onda nel mare agitato, lui riprese: "Mi dica...???, Mi guardi, piuttosto!!! Non vede che razza di macchia ho sulla faccia??? Le sembra normale che stamattina al risveglio mi sia ritrovato questa roba in faccia??? Non vede che disastro????"
Il Medico, allora, aggiustatosi meglio gli occhiali sul naso, lo osservò più attentamente, ma solo per qualche breve istante. Tornò ad assumere un'atteggiamento apparentemente più distaccato e, impassibilmente, disse: "Si, ho visto..... ma, scusi, lei che vuole da me?"
Lui rimase interdetto, incapace di comprendere il motivo di una risposta così incredibile: un po' come avesse chiesto ad un passante "scusi, sa mica l'ora?" e quello avesse risposto, andandosene, "certo che la so!!!".
Per un attimo il paziente  pensò di addebitare quello strano atteggiamento del Medico, all'impudente e poco riverente comportamento che egli stesso aveva assunto all'ingresso. In effetti, tutto quel frastuono, senza nemmeno un saluto al "padrone di casa", e  la perentorietà di un "mi guarisca!!!" pronunciato ad alta voce, non dovevano aver fatto buona impressione.
Durò pochi fuggevoli istanti questo suo pensiero, perchè fu il Medico, stavolta, a rompere il silenzio.
Si alzò quasi di scatto dalla sedia, mentre scrutava severo gli occhi del paziente ora muto, si diresse verso la finestra che dava sul  giardino, e, le mani unite dietro la schiena, dando le spalle al paziente, cominciò:
"Mi guarisca!!!... Dottore, sono malato, ci pensi lei!!!", disse con evidente tono ironico, con l'intento di sfottere bonariamente la categoria dei pazienti tutti.
"Malato... ma malato di che? Lei crede che la macchia che le è comparsa sul viso stamane sia una malattia, non è vero?" Chiese voltandosi di scatto verso il paziente.
"Beh, veramente... non saprei... sono qui perchè vorrei guarire e non vedere più questa macchia" rispose lui, "pensavo che, dopo avermi esaminato, lei mi avrebbe ordinato dei farmaci, e che quei farmaci mi avrebbero fatto tornare normale".
Il Medico, allora, tanto per rendere ancora più surreale il tenore della conversazione, che si stava sostituendo ormai all' ordinaria visita medica, si girò di nuovo, viso alla finestra, e irruppe in una fragorosa quanto sincera risata. "Aahahahahah!!! Allora è questo che lei vuole!!!!",  disse sostenuto dall'onda del riso, "Lei stamattina si sveglia con un sintomo, e tutto quello che le serve, secondo lei, è un farmaco che  cancelli il sintomo dalla sua vista, facendola così tornare.... normale".
Lui, il paziente, colto di sorpresa, si sentiva affondare nella sedia, non riusciva a seguire il discorso, era sopraffatto dallo smarrimento. "Come sarebbe a dire sintomo?", Chiese timidamente, "Cos'altro è questa brutta macchia se non una malattia che lei mi dovrebbe aiutare a curare?".
Il Medico riacquistò la serietà che si impone alla sua professione, e giratosi di nuovo verso l'interlocutore, riprese:
"Cellule. Noi siamo miliardi e miliardi di cellule. Ogni volta che ci guardiamo allo specchio ci consideriamo per come la nostra immagine si riflette, ma non ci consideriamo mai per come siamo composti. Pensiamo, ogni volta che siamo davanti ad uno specchio, che sia una persona sola quella che si sta guardando, in realtà sono miliardi e miliardi, e sono tutte lì, in quell'immagine, e tutte che si credono la stessa persona, che vedono la stessa immagine e che pensano la stessa identica cosa di quell'immagine. Stamattina, lei, guardandosi allo specchio, ha scoperto una cosa straordinaria. Alcune delle sue cellule, evidentemente scontente di come lei le tratta, hanno indetto una manifestazione di protesta, e si sono riunite proprio lì, in bella vista sul suo viso. Sono cellule scontente, sono le cellule precarie del suo corpo, vengono da tutto il suo corpo, dai piedi, dalle braccia, dalla schiena, insomma da tutto lei stesso. Protestano per come lei le tratta, forse per quello che mangia, forse per le abitudini stressanti che la sua vita quotidiana, in modo scorretto, impone al suo corpo e, quindi, a tutti i suoi miliardi di cellule. Lei mi chiede di farle sparire, ma forse sarebbe meglio ascoltarle, perchè queste cellule vogliono parlare a lei".
Lui, il paziente, era ormai di sasso, con gli occhi sbarrati. Preso dalle immagini surreali che il Medico aveva così vividamente materializzato nel suo animo, non sapeva più se era spettatore di un racconto di fantascienza, o se ne era il protagonista.
Il Medico aveva capito che il suo paziente era disorientato. Si era quasi compiaciuto, il Dottore, di quella sua prolusione così fuori dalle righe, ma d'altronde, era fuori dalle righe anche il modo con cui la visita si era delineata, fin dal momento dell'irruzione del paziente in studio.
Si rigirò ancora, viso alla finestra, e cercando di risvegliare dal torpore il paziente, disse: "Spero abbia capito che il suo caso abbisogna di approfondimenti. Potrei, sì, prescriverle alcuni farmaci che possono lenire gli effetti visivi del fenomeno che lei manifesta, lo potrei fare come lo potrebbe fare qualunque farmacista, ma forse lei, che ha  detto di essere malato, vorrebbe davvero guarire, non è vero?."
La domanda, sospesa nell'aria, stava attendendo la risposta del paziente, e il medico, nell'attesa, si era per un attimo distratto, incuriosito dei colori del giardino su cui si affacciava la finestra dello studio. Rimase alcuni istanti ad ammirare la luminosità di quei bellissimi colori, che risaltavano, sgargianti, sotto la luce del tiepido sole d'aprile.
Non avvertendo cenni di risposta alcuna da parte del paziente, il Medico si girò, e,  con suo grande stupore, si accorse di essere rimasto solo.
Non seppe indovinare se il paziente se n'era andato perchè troppo confuso o, semplicemente, perchè illuminato dall'idea che anche il farmacista avrebbe potuto cancellare la macchia sul  suo viso.
Si limitò a pensare: "Non si poteva fare a meno di notarlo quando è entrato, non si riusciva a sentirlo quand'è uscito"

Marco Bertelli

lunedì 8 aprile 2013

Eyes wide shut

Un Autobus di viaggiatori ignari della loro destinazione parte dal centro di Roma. Seguito da un codazzo di paparazzi, altrettanto ignari della strada da percorrere, ma per nulla intenzionati a desistere dall'inseguimento. Gli ignari viaggiatori sono rappresentanti del Popolo Italiano, regolarmente eletti alle ultime consultazioni elettorali. I paparazzi, invece, sono curiosi ometti regolarmente autorizzati a difendere la cosiddetta “libertà di stampa”: vengono chiamati giornalisti. Quello che è successo qualche giorno fa, ci piaccia o no, è esattamente questo: una comitiva di parlamentari, in teoria liberi cittadini con facoltà di decisione sulle sorti della nostra nazione, che fanno una scampagnata fuori porta (c'è chi dice che durante il viaggio in autobus qualcuno abbia tentato di vendere loro delle pentole, ma la notizia non è confermata), inseguiti da ossessi in crisi da astinenza da scoop giornalistico.
Giusto un comico poteva inscenare una pantomima del genere, chi sennò? Il comico in questione, però, ha smesso di far ridere da parecchio. Anzi, pare che non rida più neanche lui, e che gli dia parecchio fastidio che lo facciano altri quando impartisce disposizioni ai suoi servitori regolarmente eletti. Ora deve muovere i fili di qualche burattino, e per far questo deve, tra le tante altre cose, bendare metaforicamente gli occhi di persone che dovrebbero tenerli ben aperti (è per questo che hanno ricevuto il voto degli elettori, caso mai ce lo fossimo scordati) e portarli in campagna per dar modo ai paparazzi col badge “Stampa”, incaricati di far casino, di inseguirli e descrivere scenari improbabili per fare in modo che tutti ne parlino.
Una sceneggiata niente male. Del resto... That's democracy, my friend (mi esercito, casomai fossi costretto ad emigrare all'estero e parlare con qualcuno di ciò che accade nella mia Patria).
La scena del viaggio in autobus con annesso inseguimento stile “Oggi le Comiche”, mi ha riportato alla mente un capolavoro del cinema, di un Genio di nome Stanley Kubrick; più che un regista, un creatore di pietre miliari. Il suo ultimo film, prima che se ne andasse da questo mondo nel 1999, si chiama “Eyes wide shut” (Occhi completamente chiusi).
Nel bellissimo film di Kubrick, il protagonista, Tom Cruise, vuole concedersi un'avventura extraconiugale, ma viene coinvolto in un intrigo dai risvolti sinistri. Nella sua brama di peccato, il protagonista del film si imbatte in un amico che riesce a farlo “imbucare” in una festa che in realtà si rivela essere la riunione di una società segreta di stampo vagamente massonico, dedita a celebrare i piaceri della carne previa esecuzione di riti vagamente satanici tra sacerdoti pagani e adepti camuffati con maschere. I paparazzi sono dei perfetti “Tom Cruise”, alla ricerca del brivido proibito, in questo caso camuffato da “diritto di cronaca”, per raggiungere il quale fanno l'impossibile, come ha dimostrato di voler fare quella cronista de “Il Fatto” (titolo di testata giornalistica o semplice participio passato? Boh) che pur di raggiungere lo scopo di documentare una riunione (solo teoricamente) segreta, e di essere l'unica a farlo, si è arrampicata sugli impervi tetti dell'oscuro luogo dove si svolgeva questa inquietante riunione. Tutto inutile. Del resto tutte le società segrete degne di questo nome, sanno quali contromisure attuare in difesa della propria privacy (nel film di Kubrick, Tom Cruise se ne è accorto a sue spese).
Al di là di questo, comunque, è interessante notare come sia i giornalisti che i grillini abbiano raggiunto il loro scopo. I primi hanno fatto la figura degli eroi, con la loro tenacia nel difendere il diritto di cronaca; i secondi invece hanno ottenuto che si parlasse di loro, e soprattutto che lo si facesse nel modo che loro prediligono, e cioè come i trasgressori del sistema, cosa che in realtà sono ben lungi da essere, ovviamente. Ma è bene che le cose sembrino così, sia per i grillini che per i paparazzi e i loro editori. E' bene che tutti, soprattutto il pubblico dei votanti (che sono anche lettori di giornali ed utenti televisivi e di web), vengano attratti da queste ridicole messinscene, di modo che continuino ad essere come sempre: “Eyes wide shut”.
A proposito, qualcuno davvero in gamba è riuscito ad infiltrarsi nella riunione segreta dei grillini. Non era un paparazzo, quindi possiamo fidarci di lui. Purtroppo non poteva essere Kubrick, ma ha lo stesso girato un filmato di quello che è successo in quella riunione.
Credevate che fosse una “riunione politica”? Manco per niente!!!
Una riunione tra massoni o satanisti? Macchè!!!
Ecco cos'hanno fatto Grillo e i suoi grillini:



 Marco Bertelli

giovedì 4 aprile 2013

Gospel



La storia dell'umanità ha conosciuto uomini la cui vita sembra trascendere il significato comune di esistenza.

Uomini il cui passaggio sul pianeta ha lasciato impronte più profonde di qualsiasi meteorite, ed  il segno che hanno lasciato è rimasto nelle coscienze degli umani, e non si può cancellare.
Uomini che hanno affidato la propria esistenza ad una Visione, che hanno sognato e materializzato dentro sè, ed offerto all'umanità.

Oggi 4 aprile, è il giorno in cui si commemora il sogno di un Grande Uomo. O per meglio dire, il giorno in cui questo sogno ha lasciato la sua impronta nelle umane coscienze.

Qualcuno, o qualcosa, il 4 aprile 1968, ha creduto che il modo per cancellare quel sogno, fosse quello di ammazzare Martin Luther King jr., che il sogno l'aveva concepito.
Qualcuno, o qualcosa, il 4 aprile 1968, ha creduto di poter decidere quali dovessero essere i sogni dell'umanità, e ha ucciso Martin Luther King jr., che aveva concepito un sogno diverso.

Spesso i malvagi vivono e si nutrono di ignoranza e paura, con cui  si illudono di soggiogare le vite della moltitudine degli uomini.

Non sanno che i sogni non restano imprigionati nei corpi degli uomini sepolti, perchè vengono da tempi lontani e volano in corpi futuri.
Non sanno che i sogni non hanno mai paura, perchè non esiste prigione in cui recluderli e non c'è proiettile che possa ferirli.

Grazie, Martin Luther King jr., per averci insegnato che il sogno non è un motivo per cui morire, ma un modo per continuare a vivere.


Marco Bertelli