mercoledì 1 maggio 2013

Il senso (non) comune delle cose

Primo Maggio 2013, ore 10,30 circa. Esterno di un centro commerciale qualsiasi della bassa padana. L'altoparlante che diffonde musica a caso, per il comodo sonno degli avventori che stanno varcando la soglia dello spaccio, si interrompe improvvisamente. La speaker annuncia: “La Signora Gesualda Strapacchioni è attesa urgentemente dal figlio al punto raccolta clienti”. Il nome della signora è ovviamente di fantasia, l'annuncio assolutamente no.
C'è un figlio che è alla disperata ricerca della madre, che non trova più.
A me, personalmente, piace capovolgere la cosiddetta “normalità”, ovvero il senso della realtà così come viene concepito dal “senso comune”. E' un esercizio che faccio quotidianamente, proprio perchè al cosiddetto “senso comune” non credo più da molto tempo, oramai. Quando, per esempio, vedo padre e figlioletto che passeggiano in un posto qualsiasi, sono più propenso a pensare che sia il bimbo che “tiene” la mano del padre, e non viceversa, come ai più verrebbe spontaneo pensare.
Capovolgere il “comune” senso delle cose, in effetti, più che un “esercizio”, è un modo come un altro di vedere la realtà. Mi rendo conto (senza rammarichi da parte mia) che parlarne in giro non depone molto a favore della mia “sanità mentale” agli occhi dell'opinione pubblica, ma quell'annuncio di cui sopra, se non altro, mi da un po' di coraggio nell'affrontare le perplessità degli assertori del “senso comune”, nel caso volessi aprire con loro un dibattito sulla validità del medesimo. No, meglio di no. Nessun dibattito. Non mi interessa imporre ciò che io suppongo sia l'assoluta validità di una teoria “sconvolgente”, né, a mia volta, mettere in discussione la “sanità mentale” di chicchessia.
In fondo, ognuno vede ciò che crede di vedere.
Sta di fatto che i genitori che un tempo “perdevano” i loro pargoli irrequieti che si allontanavano per i fatti loro, attratti da chissà quali curiosità, mentre i genitori magari erano impegnati a contemplare, fantasticando, qualche vetrina che calamitava a livelli inverosimili la loro attenzione, oggi vengono “smarriti” dai rispettivi figlioli, costretti a rivolgersi al personale di servizio per recuperarli.
Forse ci dovremo abituare ad episodi di questo tipo, o forse ci siamo già abituati. Anzi, credo proprio che ci siamo talmente abituati, che già non ci facciamo più caso.
Nessuno, o quasi, ha fatto per esempio caso al fatto che oggi, Primo Maggio, festa dei lavoratori, ci sono un sacco di negozi aperti nelle città e centri commerciali di periferia che funzionano a pieno regime, con personale di servizio efficientissimo, che recupera genitori smarriti con brillante facilità.
Per il “senso comune”, oggi dovrebbe essere la Festa dei Lavoratori.
Per il mio “senso (non) comune”, oggi è un giorno in cui, come in tutti gli altri giorni, il lavoro ha “fatto la festa” ai lavoratori.
Pensate pure, se vi piace, che io abbia problemi di “sanità mentale”.

Marco Bertelli

giovedì 25 aprile 2013

Eremo

Mi chiamo Eremo e sono un Partigiano. Noi Partigiani facciamo come i frati quando entrano in convento: cambiamo nome. Quando saliamo sui monti a combattere, cambiamo anche pelle. Diventiamo l'idea di noi stessi: il nostro nome da Partigiani è la nostra Fede.
“Mi sento di morir”, dice una frase della nostra canzone. Ma noi siamo già morti, per fortuna.
Abbiamo già ucciso noi stessi e tutto quello che eravamo prima di decidere di combattere.
Abbiamo abbandonato il nostro lavoro, la nostra casa, la famiglia, gli amici. Adesso loro non esistono più per noi, e non sappiamo se domani esisteranno ancora, ma è per amor loro che siamo qui, perchè, indipendentemente dalla nostra sorte, loro devono continuare ad esistere.
I miei Compagni mi hanno chiamato così perchè sono uno che non sta tanto in compagnia. Non mi hanno dato questo nome per scherzarmi o per farmi sentire isolato. Tra di noi non esiste cattiveria, perchè siamo uniti dalla stessa sorte e non possiamo odiarci. E non ci sentiamo mai soli, perchè anche quando non ci parliamo e ognuno di noi guarda in direzioni diverse, sentiamo fin dentro alle ossa che ognuno di noi sorveglia gli altri e rischierebbe la propria vita pur di togliere un suo Compagno dal pericolo. E' così che si vince la guerra.
A me piace stare isolato, un po' lontano dagli altri miei Compagni. Mi piace osservarli, ascoltarli quando parlano e ridono tra loro, bevono vino rosso e raccontano di quello che erano prima della guerra, e fantasticano su quello che vogliono essere dopo. Sto zitto e sorrido: non potrei aggiungere o togliere altro ai loro discorsi, che sono anche i miei.
Quando questa guerra sarà finita, qualcuno di loro non tornerà alla casa che aveva lasciato prima di salire quassù. Altri torneranno, ma non troveranno più nulla, se non macerie. Altri ancora troveranno tutto quello che avevano lasciato, e qualcuno ad aspettarli.
Da lì ricomincerà la loro nuova vita, nata dalla morte di quella precedente.
In mezzo a quelle vite, loro sono stati Partigiani.
Chissà per quanto tempo se ne ricorderanno, e chissà per quanto tempo le generazioni a venire ascolteranno i loro racconti, e cercheranno di capire l'amore, l'odio, la paura, il coraggio, la speranza il dolore e la voglia di Pace che si provano quassù, dove si dorme a turno, abbracciati ognuno alla propria mitraglia, e si combatte per fare in modo che questa guerra sia finalmente l'ultima.
Non lo so. Ma io ho scelto: anche quando tutto sarà finito io rimarrò qui, su questi monti.
E rimarrò vivo per sempre, perchè io sono già morto e ho oltrepassato il tempo.
Chi mi verrà a trovare potrà ascoltare la storia di noi Partigiani, pronti a combattere per la Vita di altri, per la loro Vita. E se sentiranno la minaccia di un altro invasore, io li guiderò tra i sentieri e i boschi di questi monti, nei casolari dove si rifugiano i Partigiani e dove i Partigiani rinascono a nuova Vita, per combattere. E mi unirò a loro.
Eremo, il Partigiano, è sempre pronto a combattere quando è necessario.

Marco Bertelli

martedì 16 aprile 2013

Sintomi


Non appena il display a fianco della porta dell'ambulatorio medico, davanti al quale era in attesa, segnò il suo numero, lui si precipitò all'interno dello studio, incurante del rumore roboante che aveva provocato il suo semplice spingere in basso e poi in avanti la maniglia della porta, che ora, dopo essere stata rapidamente richiusa, traballava a causa dello spostamento d'aria che quell'impetuoso movimento aveva provocato.
Era troppo agitato. Entrò quasi trafelato, nonostante l'attesa di prima non richiedesse alcun movimento particolare.
Proclamò a voce alta e senza alcun convenevole di rito: "Dottore, la prego, mi guarisca!!!".
Il medico, che stava ancora completando le operazioni di archiviazione al computer della visita precedente, non fu attratto nè dal fragoroso rumore dell'insolita irruzione del paziente, nè dalla preghiera che, lanciata ad alto volume, aveva interrotto la quiete che faceva parte delle "regole" del suo lavoro.
Restò all'apparenza indifferente, il Medico. Diede una occhiata di sfuggita al paziente, tanto per capire chi fosse, e poi, tranquillamente, facendo cenno al paziente di accomodarsi sulla sedia di fronte a lui, disse: "Mi dica".
E impetuoso come un'onda nel mare agitato, lui riprese: "Mi dica...???, Mi guardi, piuttosto!!! Non vede che razza di macchia ho sulla faccia??? Le sembra normale che stamattina al risveglio mi sia ritrovato questa roba in faccia??? Non vede che disastro????"
Il Medico, allora, aggiustatosi meglio gli occhiali sul naso, lo osservò più attentamente, ma solo per qualche breve istante. Tornò ad assumere un'atteggiamento apparentemente più distaccato e, impassibilmente, disse: "Si, ho visto..... ma, scusi, lei che vuole da me?"
Lui rimase interdetto, incapace di comprendere il motivo di una risposta così incredibile: un po' come avesse chiesto ad un passante "scusi, sa mica l'ora?" e quello avesse risposto, andandosene, "certo che la so!!!".
Per un attimo il paziente  pensò di addebitare quello strano atteggiamento del Medico, all'impudente e poco riverente comportamento che egli stesso aveva assunto all'ingresso. In effetti, tutto quel frastuono, senza nemmeno un saluto al "padrone di casa", e  la perentorietà di un "mi guarisca!!!" pronunciato ad alta voce, non dovevano aver fatto buona impressione.
Durò pochi fuggevoli istanti questo suo pensiero, perchè fu il Medico, stavolta, a rompere il silenzio.
Si alzò quasi di scatto dalla sedia, mentre scrutava severo gli occhi del paziente ora muto, si diresse verso la finestra che dava sul  giardino, e, le mani unite dietro la schiena, dando le spalle al paziente, cominciò:
"Mi guarisca!!!... Dottore, sono malato, ci pensi lei!!!", disse con evidente tono ironico, con l'intento di sfottere bonariamente la categoria dei pazienti tutti.
"Malato... ma malato di che? Lei crede che la macchia che le è comparsa sul viso stamane sia una malattia, non è vero?" Chiese voltandosi di scatto verso il paziente.
"Beh, veramente... non saprei... sono qui perchè vorrei guarire e non vedere più questa macchia" rispose lui, "pensavo che, dopo avermi esaminato, lei mi avrebbe ordinato dei farmaci, e che quei farmaci mi avrebbero fatto tornare normale".
Il Medico, allora, tanto per rendere ancora più surreale il tenore della conversazione, che si stava sostituendo ormai all' ordinaria visita medica, si girò di nuovo, viso alla finestra, e irruppe in una fragorosa quanto sincera risata. "Aahahahahah!!! Allora è questo che lei vuole!!!!",  disse sostenuto dall'onda del riso, "Lei stamattina si sveglia con un sintomo, e tutto quello che le serve, secondo lei, è un farmaco che  cancelli il sintomo dalla sua vista, facendola così tornare.... normale".
Lui, il paziente, colto di sorpresa, si sentiva affondare nella sedia, non riusciva a seguire il discorso, era sopraffatto dallo smarrimento. "Come sarebbe a dire sintomo?", Chiese timidamente, "Cos'altro è questa brutta macchia se non una malattia che lei mi dovrebbe aiutare a curare?".
Il Medico riacquistò la serietà che si impone alla sua professione, e giratosi di nuovo verso l'interlocutore, riprese:
"Cellule. Noi siamo miliardi e miliardi di cellule. Ogni volta che ci guardiamo allo specchio ci consideriamo per come la nostra immagine si riflette, ma non ci consideriamo mai per come siamo composti. Pensiamo, ogni volta che siamo davanti ad uno specchio, che sia una persona sola quella che si sta guardando, in realtà sono miliardi e miliardi, e sono tutte lì, in quell'immagine, e tutte che si credono la stessa persona, che vedono la stessa immagine e che pensano la stessa identica cosa di quell'immagine. Stamattina, lei, guardandosi allo specchio, ha scoperto una cosa straordinaria. Alcune delle sue cellule, evidentemente scontente di come lei le tratta, hanno indetto una manifestazione di protesta, e si sono riunite proprio lì, in bella vista sul suo viso. Sono cellule scontente, sono le cellule precarie del suo corpo, vengono da tutto il suo corpo, dai piedi, dalle braccia, dalla schiena, insomma da tutto lei stesso. Protestano per come lei le tratta, forse per quello che mangia, forse per le abitudini stressanti che la sua vita quotidiana, in modo scorretto, impone al suo corpo e, quindi, a tutti i suoi miliardi di cellule. Lei mi chiede di farle sparire, ma forse sarebbe meglio ascoltarle, perchè queste cellule vogliono parlare a lei".
Lui, il paziente, era ormai di sasso, con gli occhi sbarrati. Preso dalle immagini surreali che il Medico aveva così vividamente materializzato nel suo animo, non sapeva più se era spettatore di un racconto di fantascienza, o se ne era il protagonista.
Il Medico aveva capito che il suo paziente era disorientato. Si era quasi compiaciuto, il Dottore, di quella sua prolusione così fuori dalle righe, ma d'altronde, era fuori dalle righe anche il modo con cui la visita si era delineata, fin dal momento dell'irruzione del paziente in studio.
Si rigirò ancora, viso alla finestra, e cercando di risvegliare dal torpore il paziente, disse: "Spero abbia capito che il suo caso abbisogna di approfondimenti. Potrei, sì, prescriverle alcuni farmaci che possono lenire gli effetti visivi del fenomeno che lei manifesta, lo potrei fare come lo potrebbe fare qualunque farmacista, ma forse lei, che ha  detto di essere malato, vorrebbe davvero guarire, non è vero?."
La domanda, sospesa nell'aria, stava attendendo la risposta del paziente, e il medico, nell'attesa, si era per un attimo distratto, incuriosito dei colori del giardino su cui si affacciava la finestra dello studio. Rimase alcuni istanti ad ammirare la luminosità di quei bellissimi colori, che risaltavano, sgargianti, sotto la luce del tiepido sole d'aprile.
Non avvertendo cenni di risposta alcuna da parte del paziente, il Medico si girò, e,  con suo grande stupore, si accorse di essere rimasto solo.
Non seppe indovinare se il paziente se n'era andato perchè troppo confuso o, semplicemente, perchè illuminato dall'idea che anche il farmacista avrebbe potuto cancellare la macchia sul  suo viso.
Si limitò a pensare: "Non si poteva fare a meno di notarlo quando è entrato, non si riusciva a sentirlo quand'è uscito"

Marco Bertelli

lunedì 8 aprile 2013

Eyes wide shut

Un Autobus di viaggiatori ignari della loro destinazione parte dal centro di Roma. Seguito da un codazzo di paparazzi, altrettanto ignari della strada da percorrere, ma per nulla intenzionati a desistere dall'inseguimento. Gli ignari viaggiatori sono rappresentanti del Popolo Italiano, regolarmente eletti alle ultime consultazioni elettorali. I paparazzi, invece, sono curiosi ometti regolarmente autorizzati a difendere la cosiddetta “libertà di stampa”: vengono chiamati giornalisti. Quello che è successo qualche giorno fa, ci piaccia o no, è esattamente questo: una comitiva di parlamentari, in teoria liberi cittadini con facoltà di decisione sulle sorti della nostra nazione, che fanno una scampagnata fuori porta (c'è chi dice che durante il viaggio in autobus qualcuno abbia tentato di vendere loro delle pentole, ma la notizia non è confermata), inseguiti da ossessi in crisi da astinenza da scoop giornalistico.
Giusto un comico poteva inscenare una pantomima del genere, chi sennò? Il comico in questione, però, ha smesso di far ridere da parecchio. Anzi, pare che non rida più neanche lui, e che gli dia parecchio fastidio che lo facciano altri quando impartisce disposizioni ai suoi servitori regolarmente eletti. Ora deve muovere i fili di qualche burattino, e per far questo deve, tra le tante altre cose, bendare metaforicamente gli occhi di persone che dovrebbero tenerli ben aperti (è per questo che hanno ricevuto il voto degli elettori, caso mai ce lo fossimo scordati) e portarli in campagna per dar modo ai paparazzi col badge “Stampa”, incaricati di far casino, di inseguirli e descrivere scenari improbabili per fare in modo che tutti ne parlino.
Una sceneggiata niente male. Del resto... That's democracy, my friend (mi esercito, casomai fossi costretto ad emigrare all'estero e parlare con qualcuno di ciò che accade nella mia Patria).
La scena del viaggio in autobus con annesso inseguimento stile “Oggi le Comiche”, mi ha riportato alla mente un capolavoro del cinema, di un Genio di nome Stanley Kubrick; più che un regista, un creatore di pietre miliari. Il suo ultimo film, prima che se ne andasse da questo mondo nel 1999, si chiama “Eyes wide shut” (Occhi completamente chiusi).
Nel bellissimo film di Kubrick, il protagonista, Tom Cruise, vuole concedersi un'avventura extraconiugale, ma viene coinvolto in un intrigo dai risvolti sinistri. Nella sua brama di peccato, il protagonista del film si imbatte in un amico che riesce a farlo “imbucare” in una festa che in realtà si rivela essere la riunione di una società segreta di stampo vagamente massonico, dedita a celebrare i piaceri della carne previa esecuzione di riti vagamente satanici tra sacerdoti pagani e adepti camuffati con maschere. I paparazzi sono dei perfetti “Tom Cruise”, alla ricerca del brivido proibito, in questo caso camuffato da “diritto di cronaca”, per raggiungere il quale fanno l'impossibile, come ha dimostrato di voler fare quella cronista de “Il Fatto” (titolo di testata giornalistica o semplice participio passato? Boh) che pur di raggiungere lo scopo di documentare una riunione (solo teoricamente) segreta, e di essere l'unica a farlo, si è arrampicata sugli impervi tetti dell'oscuro luogo dove si svolgeva questa inquietante riunione. Tutto inutile. Del resto tutte le società segrete degne di questo nome, sanno quali contromisure attuare in difesa della propria privacy (nel film di Kubrick, Tom Cruise se ne è accorto a sue spese).
Al di là di questo, comunque, è interessante notare come sia i giornalisti che i grillini abbiano raggiunto il loro scopo. I primi hanno fatto la figura degli eroi, con la loro tenacia nel difendere il diritto di cronaca; i secondi invece hanno ottenuto che si parlasse di loro, e soprattutto che lo si facesse nel modo che loro prediligono, e cioè come i trasgressori del sistema, cosa che in realtà sono ben lungi da essere, ovviamente. Ma è bene che le cose sembrino così, sia per i grillini che per i paparazzi e i loro editori. E' bene che tutti, soprattutto il pubblico dei votanti (che sono anche lettori di giornali ed utenti televisivi e di web), vengano attratti da queste ridicole messinscene, di modo che continuino ad essere come sempre: “Eyes wide shut”.
A proposito, qualcuno davvero in gamba è riuscito ad infiltrarsi nella riunione segreta dei grillini. Non era un paparazzo, quindi possiamo fidarci di lui. Purtroppo non poteva essere Kubrick, ma ha lo stesso girato un filmato di quello che è successo in quella riunione.
Credevate che fosse una “riunione politica”? Manco per niente!!!
Una riunione tra massoni o satanisti? Macchè!!!
Ecco cos'hanno fatto Grillo e i suoi grillini:



 Marco Bertelli

giovedì 4 aprile 2013

Gospel



La storia dell'umanità ha conosciuto uomini la cui vita sembra trascendere il significato comune di esistenza.

Uomini il cui passaggio sul pianeta ha lasciato impronte più profonde di qualsiasi meteorite, ed  il segno che hanno lasciato è rimasto nelle coscienze degli umani, e non si può cancellare.
Uomini che hanno affidato la propria esistenza ad una Visione, che hanno sognato e materializzato dentro sè, ed offerto all'umanità.

Oggi 4 aprile, è il giorno in cui si commemora il sogno di un Grande Uomo. O per meglio dire, il giorno in cui questo sogno ha lasciato la sua impronta nelle umane coscienze.

Qualcuno, o qualcosa, il 4 aprile 1968, ha creduto che il modo per cancellare quel sogno, fosse quello di ammazzare Martin Luther King jr., che il sogno l'aveva concepito.
Qualcuno, o qualcosa, il 4 aprile 1968, ha creduto di poter decidere quali dovessero essere i sogni dell'umanità, e ha ucciso Martin Luther King jr., che aveva concepito un sogno diverso.

Spesso i malvagi vivono e si nutrono di ignoranza e paura, con cui  si illudono di soggiogare le vite della moltitudine degli uomini.

Non sanno che i sogni non restano imprigionati nei corpi degli uomini sepolti, perchè vengono da tempi lontani e volano in corpi futuri.
Non sanno che i sogni non hanno mai paura, perchè non esiste prigione in cui recluderli e non c'è proiettile che possa ferirli.

Grazie, Martin Luther King jr., per averci insegnato che il sogno non è un motivo per cui morire, ma un modo per continuare a vivere.


Marco Bertelli

lunedì 1 aprile 2013

Il Poeta

Guardo fuori dalla finestra: c'è un cielo che sembra non essere mai cambiato da quando l'autunno, sei mesi fa, ha spezzato l'estate. Sembra che la stagione della fioritura, quest'anno, abbia deciso di donare le sue delizie ad un pianeta diverso da quello che vedo dal mio balcone. Alla primavera non va proprio di passare da noi. O forse aspetta che siamo noi a pregarla, come una bella donna che ha deciso di vedere quanto riesce a far battere il cuore del suo amante.
Sembra esserci una sconcertante analogia tra l'anomalo grigio del cielo di questo aprile, e l'ancor più cupo grigio che si è insinuato nell'animo degli abitanti di questo pianeta/penisola che galleggia al centro del Mediterraneo. Il cielo grigio, l'aria fredda di un inverno non ancora stanco e le estenuanti piogge, contrastano con la pagina del calendario, aperta oggi sul mese di aprile.
Sembra la metafora di quello che succede alle persone. Lo si rivede, questo contrasto, anche nelle vicende politiche, che ci parlano di spaccature, divisioni, disaccordi. E' il riflesso di quello che siamo dentro. Un riflesso che non vorremmo vedere, perchè ci da fastidio, ma ogni volta che cerchiamo di non vederlo, mentiamo a noi stessi, e anziché stare meglio, non guardando in faccia a quello che ci ferisce, stiamo peggio. Non possiamo sfuggire a noi stessi, a nulla ci serve dare la colpa del nostro malessere al politico che non abbiamo votato, o alla primavera che non si decide ad arrivare. I contrasti che vediamo fuori di noi, li abbiamo provocati noi, perchè in realtà sono dentro di noi. Ma a noi italianucci di tutte le latitudini piacciono i contrasti, le dispute, le schermaglie. Cimentarsi in un dibattito aspro e magari infarcito di insulti e di qualche improbabile acrobazia logico-filosofica da bar, per noi italici è il massimo. C'è chi prospera su questo “sport nazionale”, ahimè non ancora diventata disciplina olimpica. Nuovi partiti che nascono per alimentare contrasti, con la scusa che “dobbiamo cambiare le cose” (guardandosi bene dal dire che in realtà prima deve cambiare  la coscienza collettiva), e vecchi partiti che non vedevano l'ora che nascessero i nuovi, per prolungare la loro sopravvivenza che ormai sembrava compromessa. Gli uni esistono e sopravvivono solo grazie agli altri. E' un giochino vecchio come il cucco, ma che funziona ancora benissimo:
“Il paese esprime sempre una volontà di cambiamento, e questa è la miglior garanzia dell'immutabilità politica. Basta non cambiare mai, di modo che il popolo possa continuare ad esprimere la sua volontà di cambiamento”.
Così lo descrive con magnifica semplicità il grande Scrittore Stefano Benni.
Ci sono Scrittori, in particolar modo certi Poeti, che vedono dove la gente cosiddetta “comune” non riesce a vedere. Non è affatto un caso che molti di loro incorrano nelle persecuzioni che i politici che detengono il “potere”, scagliano verso di loro. Questo perchè sanno che i Poeti possiedono quel modo di vedere le cose che, se si diffondesse tra la gente, potrebbe essere destabilizzante al punto di cambiare veramente le cose.
Ma questa è solo una mia personale riflessione, ovviamente, e molti di quelli che la leggono, naturalmente, stenteranno non poco a farla propria, preferendo pensare che i contrasti e le divisioni che frequentemente vediamo in tv e leggiamo sui giornali e sul web, siano un problema dovuto al malcostume, alla malapolitica, alla maleconomia, al “male” in generale, insomma, di cui siamo vittime in questo triste periodo di “Crisi”. E' normale sia così, altrimenti Benni non avrebbe scritto la frase sopra citata. Non importa. Io credo che un giorno, tutti riusciremo a comprendere questo meccanismo infernale che ci intrappola, e magari riusciremo a dare il significato che merita a una meravigliosa Poesia come questa:

Berimbau


Un uomo che è buono non tradisce
Quell'amore che desidera il suo bene
Chi troppe volte dice che se ne va, mai se ne va
E così, come non se ne andrà,
Mai più tornerà
Chi da dentro di se' non esce
Morirà senza aver mai amato nessuno
Il denaro di chi denaro non da
è il lavoro di chi denaro non ha
Un buon Capoeira non cade mai
E se un giorno cadesse
Cadrebbe bene
Capoeira mi ha mandato a dire
Che sta arrivando
Arriva per combattere
Il Berimbau mi ha confermato
Ci sarà da lottare per l'Amore
“Tristezza, amico mio”


Se non ci fosse l'Amore
Se non ci fosse il Dolore che da
Se non ci fosse la Sofferenza
Se non ci fosse il Pianto
Sarebbe meglio che nulla più esistesse


Io ho amato
Ho amato tantissimo
Quello che ho sofferto a causa dell'Amore
Nessuno ha mai sofferto
Ho pianto, ho perso la mia Pace
Ma ciò che ora so
E' che nessuno hai mai avuto tanto
Quanto io ho


Vinicius de Moraes

Grazie Poeta!!!

 
Marco Bertelli








mercoledì 27 marzo 2013

Le Miroir (Lo specchio) - 5^ episodio: Nel Profondo

(riprende dal 4^ episodio)

Tante sono le cose che non ci si aspetta di trovare quando si entra per la prima volta in un locale. Tra queste, il buio è senz'altro una delle prime. Che poi dal buio si diffonda una voce che ti accoglie con un “ben arrivato”, è una stranezza alla quale ormai si tende a non far troppo caso, annoverandola al solo scopo statistico tra le innumerevoli bizzarrie che ormai in questa vicenda hanno acquisito tutti i crismi della normalità. Certo, il buio che ti coglie all'improvviso ti disorienta, ti fa perdere il senso dello spazio e blocca la capacità di muoverti con sicurezza, ma quella voce gentile che dolcemente ti saluta, d'altro canto, ti tranquillizza e affievolisce l'istinto meccanico di annaspare con le mani nel buio a cercare la maniglia della porta di ingresso per farla diventare la maniglia della porta d'uscita. Quando poi il cigolìo dei cardini della vecchia porta della stiva di un antico relitto, aumenta di volume e culmina in un secco ed ermetico “clac”, ti accorgi che quella voce seduttrice ti ha definitivamente sottratto il tempo che avevi per decidere di squagliartela. Nel buio, ora invaso dal silenzio, cerco di fare amicizia col senso di smarrimento e di angoscia che si stanno impadronendo della mia mente; lo faccio nel modo per me più classico, e cioè gettandomi nel ridicolo, commettendo quella che si dice una “gaffe”. Rompo il silenzio: “c'è qualcuno?”, la mia improvvida voce spara nell'oscurità. La risposta arriva non dall'esterno, ma dal più fulmineo dei pensieri che la mia mente, lì per lì, riesce a produrre, e che è spietato: “Certo che c'è qualcuno, pirla!!! Ti hanno anche salutato, avresti potuto ricambiare quel saluto, anziché uscirtene con domande idiote!!!”. La mia mente, quando vuole, sa essere perspicace e critica al tempo stesso.
Ma ormai la “gaffe” è andata, posso solo sperare che passi inosservata. Non è così.
Dall'esterno risuona la stessa voce che poco prima mi aveva accolto, quasi con le stesse parole: “Naturalmente c'è qualcuno. Ben arrivato a Le Miroir, vuoi entrare?”.
La prima parte della risposta mi giunge alquanto sarcastica, la domanda finale invece mi lascia un po' allibito perchè ero convinto di essere già entrato, ma se non altro pare riveli l'intenzione di instaurare una conversazione. Decido di affrontare il dialogo, non senza rischiare una mia seconda gaffe: “non è che non voglia entrare, è che non saprei come uscire”. Stavolta la mia mente si astiene da qualsivoglia commento, anche perchè arriva prima la risata della voce seduttrice: “ahahahah!!! Ma certo, hai bisogno di vedere!!!”.
Improvvisamente il buio viene trafitto dalla luce arancione di una vecchia lampada ad olio. Non è una luce molto chiara, ma è sufficiente per mostrarmi almeno i contorni dell'ambiente in cui mi trovo. La prima cosa che noto e che mi lascia più disorientato del buio, è che in questa stanza sono da solo, e che la voce che mi parla, dunque, proviene da fuori. La lampada che ha infranto il buio è appesa al centro di una delle quattro pareti della stanza, che è piccolissima, ad occhio direi due metri per tre; sulla sinistra una porticina, dentro la quale si vedono degli scalini che scendono, sulla destra un'altra porticina, con degli scalini che salgono. Ai lati pareti senza aperture, così come lo è il soffitto. Dietro di me la parete con la porta dalla quale ero entrato, ma quella porta è solo disegnata sul muro ...è finta. Non avevo mai provato prima la sensazione di stare in una stanza senza esservi mai entrato, ma non è il momento di analizzare questa ennesima stranezza: devo capire da dove viene la voce che mi parla. “Dove sei?” chiedo alla voce nascosta, che ribatte: “Se vuoi entrare devi scendere, altrimenti puoi uscire da qui salendo le scale”. Ora riesco a percepire chiaramente che la voce viene da una delle due porticine: quella con le scale che scendono. La voce continua: “Se esci da qui, potrai continuare a cercare altrove la tua rotta, Le Miroir non ti verrà più a cercare. Se scendi troverai la rotta che cercavi, ma non sarà quella che credevi di trovare”. Non sono mai stato bravo a risolvere rompicapo e ad “indovinare” le risposte degli indovinelli, ed è proprio per questo motivo che mi affascinano. Così come mi affascina quella dolce voce nascosta, al cui mistero non riesco ad opporre resistenza. Prendo la porticina a sinistra, scendo i gradini, non più di una ventina, di una scala a spirale che mi conduce in un'ampia stanza illuminata da una decina di lampade, simili a quella dello stanzino al piano superiore, completamente priva di arredamento, fatta eccezione per un bancone stile reception d' albergo, sistemato al lato opposto alla scala.
Ormai le sorprese si succedono ad un ritmo talmente frenetico che non mi fa nemmeno impressione scoprire che da dietro il bancone, fonte della dolce voce seducente, ad attendermi c'è proprio lei: l'incredibilmente affascinante hostess, nonché capofila di “serpenti umani”, che avevo incontrato a Parigi, e che mi aveva consegnato l'indirizzo di Le Miroir. Credo ai miei occhi (e direi che mi conviene), e decido di trasmetterle i sensi della mia ammirazione nel modo che mi potrebbe valere il Premio Nobel per le gaffes: con un'aria che potrebbe ricordare Woody Allen quando imita Humphrey Bogart, mi avvicino al bancone, e di fronte al suo indescrivibile sorriso le porgo un mio: “Toh, chi si rivede... come mai da sola, oggi?”. La sua (non) risposta consiste nel contrarre leggermente i muscoli attorno alle labbra, segno evidente di chi non vuole che un sorriso di cordiale benvenuto si trasformi in una risata di scherno. La mia (non) controrisposta si estrinseca nel camaleontico mutare del colore del mio viso, diventato probabilmente di un colore più acceso dell'arancione delle lampade ad olio che illuminano quell'ameno luogo, mentre i miei occhi si affrettano a dirottare lo sguardo verso il basso. La mia interlocutrice lascia, molto saggiamente, lievitare in me il senso d'imbarazzo per qualche lungo istante. Il tempo necessario per farmi riprendere, dopo la sarabanda di gaffes nelle quali mi sono esibito quasi senza accorgermene, come fossero dettate da uno schema meccanico che mi impediva di rendermi ben conto della situazione nella quale mi trovavo. Il silenzio dilaga per altri lunghissimi istanti. Poi, quasi avesse letto dentro i miei pensieri con la facilità con la quale si leggono le istruzioni di montaggio di una lampadina, l'ammaliante hostess riprende il filo della conversazione: “Sei giunto fin qui quasi senza rendertene conto, infatti è solo così che puoi trovare un posto come questo. Non ti preoccupare per le figuracce che hai fatto: la tua mente cosciente è in agitazione per quello che sta per conoscere”.
Ascoltare qualcuno mentre legge i tuoi pensieri proprio nel momento in cui questi passano per la tua mente, può essere un'esperienza mistica. C'è un che di inquietante, invece, nel capire che chi ti sta leggendo i pensieri conosce anche quello che sta per succedere. Decido di farmi sentire: “Cos'è questo posto? Come fai a sapere quello che sto pensando? Chi sei tu?”.
Il suo sorriso si apre come la più bella rosa di maggio, con l'evidente intento di lasciarmi interdetto, mentre con le note più suadenti che abbia mai sentito pronunciare da voce umana, mi risponde “Non ti posso dire niente, per ora. Tranne che sei qui perchè vuoi trovare la tua rotta, e io te la farò scoprire. Ma per far questo dobbiamo andare nel Profondo. Devi seguirmi”.
Le vorrei spiegare che io la seguirei volentieri anche all'inferno, ma sicuramente lei lo avrà già letto nei miei pensieri, quindi non spreco fiato e fisso il mio sguardo sulle sue spalle, che lei mi ha rivolto per mostrarmi che dovrò star dietro a quelle, mentre lei mi accompagnerà giù per degli altri scalini, che stanno dietro una porta che io non avevo ancora notato essere a fianco del bancone della reception, unico arredamento della stanza dalla quale stavamo per uscire. I gradini che stiamo scendendo sono al buio, segno che sono parecchi. Per un attimo mi chiedo come possa esistere un luogo così complesso dentro un relitto di un'antica nave. Ma forse è l'ultimo contatto con la realtà così come l'avevo conosciuta fino a quel momento, perchè la voce di quella misteriosa affascinante creatura mi annuncia: “Ora basta con le domande inutili. Ora andiamo nel Profondo. Giù, nel Profondo”. Ovviamente io non capisco, ma la seguo. Capire le cose, a quanto pare, non è più un compito che mi riguarda. Non so cosa mi stia aspettando, né dove sono, né chi sia quella bellissima creatura che mi sta portando, ma so che devo andare giù, nel Profondo.

(fine quinto episodio)

Marco Bertelli