mercoledì 27 marzo 2013

Le Miroir (Lo specchio) - 5^ episodio: Nel Profondo

(riprende dal 4^ episodio)

Tante sono le cose che non ci si aspetta di trovare quando si entra per la prima volta in un locale. Tra queste, il buio è senz'altro una delle prime. Che poi dal buio si diffonda una voce che ti accoglie con un “ben arrivato”, è una stranezza alla quale ormai si tende a non far troppo caso, annoverandola al solo scopo statistico tra le innumerevoli bizzarrie che ormai in questa vicenda hanno acquisito tutti i crismi della normalità. Certo, il buio che ti coglie all'improvviso ti disorienta, ti fa perdere il senso dello spazio e blocca la capacità di muoverti con sicurezza, ma quella voce gentile che dolcemente ti saluta, d'altro canto, ti tranquillizza e affievolisce l'istinto meccanico di annaspare con le mani nel buio a cercare la maniglia della porta di ingresso per farla diventare la maniglia della porta d'uscita. Quando poi il cigolìo dei cardini della vecchia porta della stiva di un antico relitto, aumenta di volume e culmina in un secco ed ermetico “clac”, ti accorgi che quella voce seduttrice ti ha definitivamente sottratto il tempo che avevi per decidere di squagliartela. Nel buio, ora invaso dal silenzio, cerco di fare amicizia col senso di smarrimento e di angoscia che si stanno impadronendo della mia mente; lo faccio nel modo per me più classico, e cioè gettandomi nel ridicolo, commettendo quella che si dice una “gaffe”. Rompo il silenzio: “c'è qualcuno?”, la mia improvvida voce spara nell'oscurità. La risposta arriva non dall'esterno, ma dal più fulmineo dei pensieri che la mia mente, lì per lì, riesce a produrre, e che è spietato: “Certo che c'è qualcuno, pirla!!! Ti hanno anche salutato, avresti potuto ricambiare quel saluto, anziché uscirtene con domande idiote!!!”. La mia mente, quando vuole, sa essere perspicace e critica al tempo stesso.
Ma ormai la “gaffe” è andata, posso solo sperare che passi inosservata. Non è così.
Dall'esterno risuona la stessa voce che poco prima mi aveva accolto, quasi con le stesse parole: “Naturalmente c'è qualcuno. Ben arrivato a Le Miroir, vuoi entrare?”.
La prima parte della risposta mi giunge alquanto sarcastica, la domanda finale invece mi lascia un po' allibito perchè ero convinto di essere già entrato, ma se non altro pare riveli l'intenzione di instaurare una conversazione. Decido di affrontare il dialogo, non senza rischiare una mia seconda gaffe: “non è che non voglia entrare, è che non saprei come uscire”. Stavolta la mia mente si astiene da qualsivoglia commento, anche perchè arriva prima la risata della voce seduttrice: “ahahahah!!! Ma certo, hai bisogno di vedere!!!”.
Improvvisamente il buio viene trafitto dalla luce arancione di una vecchia lampada ad olio. Non è una luce molto chiara, ma è sufficiente per mostrarmi almeno i contorni dell'ambiente in cui mi trovo. La prima cosa che noto e che mi lascia più disorientato del buio, è che in questa stanza sono da solo, e che la voce che mi parla, dunque, proviene da fuori. La lampada che ha infranto il buio è appesa al centro di una delle quattro pareti della stanza, che è piccolissima, ad occhio direi due metri per tre; sulla sinistra una porticina, dentro la quale si vedono degli scalini che scendono, sulla destra un'altra porticina, con degli scalini che salgono. Ai lati pareti senza aperture, così come lo è il soffitto. Dietro di me la parete con la porta dalla quale ero entrato, ma quella porta è solo disegnata sul muro ...è finta. Non avevo mai provato prima la sensazione di stare in una stanza senza esservi mai entrato, ma non è il momento di analizzare questa ennesima stranezza: devo capire da dove viene la voce che mi parla. “Dove sei?” chiedo alla voce nascosta, che ribatte: “Se vuoi entrare devi scendere, altrimenti puoi uscire da qui salendo le scale”. Ora riesco a percepire chiaramente che la voce viene da una delle due porticine: quella con le scale che scendono. La voce continua: “Se esci da qui, potrai continuare a cercare altrove la tua rotta, Le Miroir non ti verrà più a cercare. Se scendi troverai la rotta che cercavi, ma non sarà quella che credevi di trovare”. Non sono mai stato bravo a risolvere rompicapo e ad “indovinare” le risposte degli indovinelli, ed è proprio per questo motivo che mi affascinano. Così come mi affascina quella dolce voce nascosta, al cui mistero non riesco ad opporre resistenza. Prendo la porticina a sinistra, scendo i gradini, non più di una ventina, di una scala a spirale che mi conduce in un'ampia stanza illuminata da una decina di lampade, simili a quella dello stanzino al piano superiore, completamente priva di arredamento, fatta eccezione per un bancone stile reception d' albergo, sistemato al lato opposto alla scala.
Ormai le sorprese si succedono ad un ritmo talmente frenetico che non mi fa nemmeno impressione scoprire che da dietro il bancone, fonte della dolce voce seducente, ad attendermi c'è proprio lei: l'incredibilmente affascinante hostess, nonché capofila di “serpenti umani”, che avevo incontrato a Parigi, e che mi aveva consegnato l'indirizzo di Le Miroir. Credo ai miei occhi (e direi che mi conviene), e decido di trasmetterle i sensi della mia ammirazione nel modo che mi potrebbe valere il Premio Nobel per le gaffes: con un'aria che potrebbe ricordare Woody Allen quando imita Humphrey Bogart, mi avvicino al bancone, e di fronte al suo indescrivibile sorriso le porgo un mio: “Toh, chi si rivede... come mai da sola, oggi?”. La sua (non) risposta consiste nel contrarre leggermente i muscoli attorno alle labbra, segno evidente di chi non vuole che un sorriso di cordiale benvenuto si trasformi in una risata di scherno. La mia (non) controrisposta si estrinseca nel camaleontico mutare del colore del mio viso, diventato probabilmente di un colore più acceso dell'arancione delle lampade ad olio che illuminano quell'ameno luogo, mentre i miei occhi si affrettano a dirottare lo sguardo verso il basso. La mia interlocutrice lascia, molto saggiamente, lievitare in me il senso d'imbarazzo per qualche lungo istante. Il tempo necessario per farmi riprendere, dopo la sarabanda di gaffes nelle quali mi sono esibito quasi senza accorgermene, come fossero dettate da uno schema meccanico che mi impediva di rendermi ben conto della situazione nella quale mi trovavo. Il silenzio dilaga per altri lunghissimi istanti. Poi, quasi avesse letto dentro i miei pensieri con la facilità con la quale si leggono le istruzioni di montaggio di una lampadina, l'ammaliante hostess riprende il filo della conversazione: “Sei giunto fin qui quasi senza rendertene conto, infatti è solo così che puoi trovare un posto come questo. Non ti preoccupare per le figuracce che hai fatto: la tua mente cosciente è in agitazione per quello che sta per conoscere”.
Ascoltare qualcuno mentre legge i tuoi pensieri proprio nel momento in cui questi passano per la tua mente, può essere un'esperienza mistica. C'è un che di inquietante, invece, nel capire che chi ti sta leggendo i pensieri conosce anche quello che sta per succedere. Decido di farmi sentire: “Cos'è questo posto? Come fai a sapere quello che sto pensando? Chi sei tu?”.
Il suo sorriso si apre come la più bella rosa di maggio, con l'evidente intento di lasciarmi interdetto, mentre con le note più suadenti che abbia mai sentito pronunciare da voce umana, mi risponde “Non ti posso dire niente, per ora. Tranne che sei qui perchè vuoi trovare la tua rotta, e io te la farò scoprire. Ma per far questo dobbiamo andare nel Profondo. Devi seguirmi”.
Le vorrei spiegare che io la seguirei volentieri anche all'inferno, ma sicuramente lei lo avrà già letto nei miei pensieri, quindi non spreco fiato e fisso il mio sguardo sulle sue spalle, che lei mi ha rivolto per mostrarmi che dovrò star dietro a quelle, mentre lei mi accompagnerà giù per degli altri scalini, che stanno dietro una porta che io non avevo ancora notato essere a fianco del bancone della reception, unico arredamento della stanza dalla quale stavamo per uscire. I gradini che stiamo scendendo sono al buio, segno che sono parecchi. Per un attimo mi chiedo come possa esistere un luogo così complesso dentro un relitto di un'antica nave. Ma forse è l'ultimo contatto con la realtà così come l'avevo conosciuta fino a quel momento, perchè la voce di quella misteriosa affascinante creatura mi annuncia: “Ora basta con le domande inutili. Ora andiamo nel Profondo. Giù, nel Profondo”. Ovviamente io non capisco, ma la seguo. Capire le cose, a quanto pare, non è più un compito che mi riguarda. Non so cosa mi stia aspettando, né dove sono, né chi sia quella bellissima creatura che mi sta portando, ma so che devo andare giù, nel Profondo.

(fine quinto episodio)

Marco Bertelli

martedì 19 marzo 2013

Una Benedizione

Periodo pasquale, periodo di Benedizioni. Io adoro le Benedizioni. Personalmente sono convinto che la Benedizione sia un qualcosa di estremamente importante e Sacro. Non fa differenza chi sia a Benedire, con che rito lo faccia e in nome di quale Dio. La Benedizione, a mio modo di vedere, è sempre e comunque un'energia positiva che, come tale, è sempre giusto accettare e piuttosto triste respingere. E' qualcosa di religioso, che però va oltre i dogmi e gli ordinamenti che ogni religione organizzata impone ai propri fedeli. “Ti auguro il Bene, la Prosperità, la protezione Divina”, questo è il senso che qualsiasi religione, attualmente (non sempre è stato così), attribuisce alla Benedizione. Se un musulmano, un buddista o persino il rappresentante di una religione sconosciuta, si presentassero a casa mia per Benedire, io lo accoglierei con gioia, così come ho fatto, oggi pomeriggio, col parroco della religione cattolica che mi è toccata in sorte alla nascita. Sappiamo tutti che oggi la Chiesa, intesa come istituzione, è in pieno fermento. Aria nuova sta tirando dalle parti del Vaticano, e tutti aspettano con ansia i cambiamenti che il nuovo Papa Francesco vorrà mettere in pratica. Sembra una persona davvero speciale Papa Francesco, forse vuole davvero dare un senso nuovo alla religione cattolica e a quell'enorme “macchina spirituale” che la chiesa dovrebbe rappresentare. In uno dei suoi primi discorsi l'ho sentito parlare con molto trasporto di Perdono. Valore divino, ma anche umano, che dovrebbe essere tra le prime virtù che un cristiano (ma perchè non anche i non-cristiani?) fa propria e professa. Credo di essere in perfetto accordo col nuovo Papa. Così ho voluto agevolare il lavoro di Perdono che la chiesa cattolica ha intenzione di portare avanti.
Io e il “mio” parroco non ci conosciamo personalmente (non frequento luoghi di culto), ma sapevo (aveva recapitato a tutto il quartiere regolare volantino col programma delle Benedizioni) che oggi sarebbe passato da me per Benedire. Nel cercare di fare in modo di fargli trovare una casa da Benedire in ordine, ho dato una sistematina ai libri che di solito tengo sparsi in soggiorno, dove si doveva svolgere il rito. Casualmente :) , sul tavolino di fronte al divano, dove alcuni dei miei libri in genere si aggrappano per non cadere per terra, “si è posata” in cima a tutti gli altri una copia de “La Cabala del Cavallo Pegaseo” di Giordano Bruno, famoso “autore” del sedicesimo secolo, non sempre, diciamo così, compreso appieno dalla santa sede (è pasqua e c'è il Papa nuovo, lasciatemi usare degli eufemismi, perbacco).
E' suonato il campanello, ho aperto la porta ed ho fatto accomodare il prete. Il dialogo è stato più o meno questo (senza eufemismi):
“Buongiorno Padre, si accomodi. E' qua per Benedire la casa, vero?” il mio benvenuto.
“Direi che ce n'è di bisogno!” il suo ingresso.
Segue orazione del parroco, quasi meccanica. Poco comprensibile perchè pronunciata abbastanza velocemente (c'era tutto un quartiere da benedire, infondo). L'aspersorio e lo sguardo verso l'alto, l'acqua benedetta che si asperge verso il basso. “Amen”, pronunciato da entrambi i presenti al rito.
Ai sacerdoti è conferita l'autorità di Benedire, e la facoltà (opzionale) di controllare dove si vanno ad infrangere le gocce di acqua Benedetta. Il parroco, incuriosito non so da che cosa, ha voluto avvalersi di questa facoltà. Senza chiedere il permesso (comunque glielo avrei accordato con gioia) prende nella mano senza aspersorio il libro col bel viso fiero di Giordano Bruno, la copertina umida.
“... ma questo lo conosco... un bell'elemento.... un domenicano se non mi sbaglio...” gli occhi in preda allo sconcerto di un prete che ha appena dato acqua ad un rogo non ancora spento.
“Se permette, Padre, le farei una piccola offerta, se l'accetta” mentre estraggo una banconota da cinque euro dal portafoglio, indubbiamente modesta dato l'evento.
“Ma certo, Grazie!!!” Intasca il parroco. “Perbacco, tu leggi molto!!!", dice il sacerdote uscendo.
“Grazie per la Benedizione, Padre!!!” saluto mentre si chiude la porta.

La chiesa sta davvero cambiando. Lunga vita a Papa Francesco!!!


Marco Bertelli


venerdì 8 marzo 2013

L'uomo e la Luna

Da tempo l'uomo aveva perso il sonno. Durante la frenesia del giorno sentiva sgretolarsi dentro l'Amore, la Bellezza, la Forza e la Gioia di vivere. La notte, nella sua solitudine, i suoi amati sogni che oramai si erano realizzati e che gli avevano donato tutto quello che credeva di desiderare, non lo venivano più a trovare.
Lo visitavano invece dei pensieri cupi che facevano a botte fra loro, impunemente, nella sua testa.
Il pensiero dell'insoddisfazione si avvinghiava al senso di colpa e lo trascinava al suolo in una lotta incessante, nella quale nessuno dei due aveva la meglio sull'altro ma entrambi trionfavano sulla sua pace.
Quella sera, esasperato, decise di uscire e di farsi trascinare dalla notte, mettendosi nelle sue buie mani.
Vagò senza chiedersi quale fosse la meta, camminando per chilometri e chilometri fuori dalla città. Si addentrò in una foresta, fitta di voci notturne che non aveva mai conosciuto, e di alberi che a malapena lasciavano intravedere un magnifico cielo stellato, nel quale si stagliava il corpo celeste più vicino e luminoso: la Luna.
Fu a causa di un distratto, quasi casuale sguardo verso l'alto che l'uomo si accorse di lei. La sua bianca luce e la sua forma così perfetta rapirono la sua attenzione. Si fermò a guardarla e subito fu preso dallo strano desiderio di avvicinarsi per vederla nella sua completezza.
Quasi per incanto si materializzò davanti ai suoi occhi una collina, su cui cominciò a salire.
Ad ogni passo verso l'alto la Luna gli appariva sempre più grande e luminosa, mentre gli alberi pian piano scomparivano sotto di lui, facendosi più piccoli. Giunto che fu in cima, la Luna era grandissima, tanto da coprire quasi tutta la volta celeste, e la sua luce era bellissima, tanto da togliere il fiato.
Era così vicina e vera che, quasi istintivamente, allungò la mano per toccarla, e la toccò.
All'istante l'uomo si sentì pervaso da un grandissimo senso di pace e da una gioia che mai avrebbe immaginato si potessero provare. “Ecco cosa cercavo, ecco cosa mi era sempre mancato” pensò l'uomo, “ecco cosa debbo possedere per essere felice”.
“Come posso fare per portarti via e tenerti sempre vicino a me?” Domandò gridando l'uomo, credendo di parlare al nulla e non aspettandosi nessuna risposta.
La risposta però arrivò subito: era una risata, che la Luna gli rimandò, divertita da quella sua disperata e assurda domanda. L'uomo, sorpreso e quasi impaurito, ritrasse la mano, e mentre la sua risata continuava, la Luna divenne piccolissima e lontana, confondendosi in un cielo tempestato di altre lontanissime stelle.
“Riesci ancora a vedermi adesso?” disse la Luna ironicamente e con un tono di sfida, “Sapresti riconoscermi tra tutte queste stelle?”.
Dopo aver fallito qualche goffo tentativo, indicando col dito l'astro sbagliato, l'uomo, deluso e indispettito, cercando di mascherare la propria frustrazione, gridò alla Luna: “Che senso ha tutto questo? Ti diverti così tanto a farmi sentire stupido? Io volevo solo darti il mio amore, e tu mi tratti con cattiveria”.
Allora la Luna si rimise a ridere di gusto, riapparve grandissima, luminosissima e vicinissima, così com'era qualche attimo prima, e rispose all'uomo: “Caro il mio bell'uomo, tutto questo ha senso, eccome. Per prima cosa io non sono stata affatto cattiva, ti ho solo dimostrato che tu non sei affatto sincero, perchè non è me che ami, ma l'ideale che tu hai di me, che è qualcosa che non mi riguarda; io sono un'altra cosa. E poi tu non mi ami affatto, perchè altrimenti mi avresti riconosciuto tra gli altri milioni di stelle. Ma preso com'eri dal desiderio di possedere me, non hai nemmeno pensato che anche un'altra stella qualsiasi del firmamento avrebbe potuto corrispondere al tuo ideale. Se tu credi di poter possedere, non potrai mai essere capace di amare. Del resto, se ci pensi bene, cos'è che ti ha spinto a venire quassù, se non il desiderio di possedere ciò che non avevi mai posseduto? E infine, se io mi fossi concessa a te, quanto tempo sarebbe passato prima che un nuovo desiderio di possesso ti facesse passare altre notti insonni?”
L'uomo si sentì cadere per terra, abbattuto dalle percosse che le parole della Luna gli avevano inferto. La Luna era davanti a lui, grandissima, luminosissima, bellissima, così come gli era apparsa la prima volta, ma ora non osava nemmeno sfiorarla con la mano che prima l'aveva toccata, procurandogli quella magnifica sensazione. Non aveva più parole, né pensieri ai quali attaccarsi per sentirsi meglio. La Luna lo guardò teneramente e si fece compassionevole. Prima di tornare a confondersi tra le altre stelle disse: “Io sarò sempre vicino a te, se mi saprai scegliere e se non desidererai mai di possedermi”.
L'uomo la guardò scomparire, rassegnato. Si coricò sull'erba della collina e aspettò l'alba senza pensare a niente. Mentre il Sole stava sorgendo il suo sguardo era ancora rivolto al cielo, e notò che mentre la luce del giorno si faceva sempre più forte, le stelle, anzichè dissolversi, sembravano cadere per terra.
Quando fece per alzarsi e prendere la strada del ritorno, si accorse che la foresta che aveva attraversato la notte prima, era sparita. Al suo posto c'era un'enorme distesa di fiori gialli. Avvicinandosi, vide che la foresta era diventata un immenso campo di mimose. Tantissime, almeno tante quante le Stelle che gli sembravano cadute dal cielo. L'uomo sorrise. Forse si sentiva Felice.
Era l'alba dell'otto marzo di un anno qualsiasi nella storia dell'umanità.

Marco Bertelli

mercoledì 6 marzo 2013

Le Miroir (Lo specchio) - 4^ episodio: sorprese

(riprende dal 3^ episodio)

Un altro viaggio in treno, stavolta per una destinazione a me nuova. In questa cittadina che si affaccia sullo Stretto della Manica, io non ero mai stato prima d'ora. Scendo alla stazione con l'animo di colui che capita in un posto per caso, un luogo che non aveva preventivato di visitare, anche perchè non è meta di turismo. I turisti ci sono, in effetti, ma qui ci passano e basta. Arrivano a Boulogne sur Mer per imbarcarsi su di un traghetto che li porti dall'altra parte della Manica con una rotta ben definita e certa. Io, invece, la rotta la devo trovare. I turisti sono in possesso di un biglietto dove la rotta è già scritta, io sono in possesso di un volantino pubblicitario in cui “la rotta” è solo promessa. Una promessa sottintende quasi sempre delle incognite, e le incognite a volte presagiscono sorprese. E qui, a Boulogne sur Mer, le sorprese a quanto pare non si fanno attendere.
Che cosa si aspetterebbe qualcuno che si trova in un luogo a lui sconosciuto e che cerca un posto specifico, munito di un indirizzo preciso? Che l'indirizzo esista, come minimo. Accade ovunque, in qualsiasi agglomerato urbano del pianeta. Tranne qui, a Boulogne sur Mer.
C'è un inghippo, e nemmeno tanto piccolo: tutte le persone a cui chiedo informazioni per raggiungere la mia destinazione, quella pubblicizzata nel volantino che mi si era spiaccicato in faccia a Parigi, conoscono il locale. “Le Miroir” è conosciutissimo qui a Boulogne, ma la cosa strana è che tutte le persone a cui chiedo lumi per raggiungerlo si mettono a ridere e rispondono che non esiste l'indirizzo; e lo dicono come se la loro risposta fosse la più ovvia, la più scontata del mondo. Beffardo è il loro atteggiamento quando, con la massima gentilezza che riesco ad esprimere in quel momento, domando di spiegarmi dove accidenti devo andare per entrare a “Le Miroir”: se ne vanno ridendosela di gusto, come si farebbe con uno sciroccato che chiede le coordinate astrali per raggiungere un'altra galassia.
La cosa più ovvia che può venire alla mente, in casi simili, è che si sia caduti vittima di uno scherzo, una specie di trappola dispettosa e senza costrutto, organizzata da qualche buontempone. Anche questo può accadere in qualsiasi agglomerato urbano del pianeta. Certamente non accade qui, a Boulogne sur Mer, dove molte sorprese pare abbiano scelto di darsi convegno e di sbizzarrire la loro vèrve creativa su “turisti per caso”, per di più naufraghi, come me. Una di queste mi viene a scovare proprio quando ho ormai abbandonato le ricerche di “Le Miroir”, e si manifesta, come è tipico delle sorprese, in modi e tempi inaspettati.
Approfittando della bella giornata di sole che la primavera sembra aver accordato anche a questa strana città, mi incammino verso il lungomare. La strada che costeggia lo stretto della Manica in questa zona è poco frequentata. E' un boulevard molto lungo; da un lato la strada, sopraelevata rispetto al mare, che dista un centinaio di metri separato dalla spiaggia, alla quale si accede tramite delle scalinate piuttosto strette che, percorrendo il largo marciapiede del viale, si incontrano ogni cento metri circa. In prossimità di ogni scalinata c'è una panchina, ognuna delle quali è contrassegnata da un numero. Di fronte ad ogni panchina c'è una statua di un personaggio famoso. Così, ad esempio, di fronte alla panchina n.1 c'è la statua di Napoleone, alla n.2 c'è De Gaulle, alla n.3 c'è Luigi XIV, eccetera.
Quando decido di sedermi per riposarmi e prendere un po' del sole di primavera sul viso, ho appena passato la panchina n.18 col bel faccione di Flaubert che stava di fronte, e che guardava perplesso una coppia di gabbiani innamorati che vi si era appollaiata sopra. Per non disturbare l'intimità dei volatili e non turbare ulteriormente Flaubert, mi siedo dunque sulla panchina n.19, in petto alla quale si staglia imperiosa la statua di lui: Cristophe Colombo. Non stavo ormai neanche più pensando a quello che ero venuto a fare a Boulogne, ma l'associazione 19+Colombo è scattata immediata nella mia mente. Prendo dalla tasca il volantino di “Le Miroir”, l'indirizzo dice: 19, boulevard Cristophe Colombo. Ma in questo boulevard, che non si chiama Colombo, non vedo nessun locale; ci sono solo automobili che sfrecciano sulla strada e dei giardinetti pubblici dall'altra parte. Mi avvicino incuriosito alla statua, su cui leggo un'iscrizione che recita: “qui, nel 1484, Cristophe Colombo naufragò. Riuscì a salvarsi a bordo di una scialuppa che attraccò al molo 26”. Mi rendo conto che è l'iscrizione più assurda che mai fu apposta su una statua commemorativa, non fosse altro che è scritta in italiano e che qui siamo in Francia, ma è anche la stessa cosa di cui parla il volantino di “Le Miroir”. Lo stupore e il disorientamento corrono a briglie sciolte nella mente per qualche istante. Poi, istintivamente, mi giro verso la scalinata, dove ad attendermi c'è l'ennesima sorpresa: appoggiato al primo gradino vedo un oggetto che sembra essere stato abbandonato lì per sbaglio: è un piccolo specchio. Ma non è uno specchio qualsiasi: è esattamente uguale a quello del volantino. L'indizio è chiaro: “Le Miroir” è qui, basta scendere la scalinata. Ce l'ho fatta; quando ormai non ci pensavo più, l'ho trovato. O forse sarebbe più corretto dire che è stato “Le Miroir” a trovare me. Mentre il cervello mastica svogliatamente questo amletico dubbio, ne approfitto per scendere la scalinata e vedere, prima di cantar vittoria, se davvero “Le Miroir” è qui, dal momento che le sorprese in questo posto sono all'ordine non del giorno, ma del minuto.
Scesi tutti i gradini mi trovo in spiaggia. Deserta. Costruzioni che possono somigliare a locali pubblici: zero. Davanti a me il mare, dietro di me il muro di cemento sottostante al boulevard. L'unico oggetto presente in spiaggia è il relitto di quella che sembra essere un'antica nave, il cui legno si presenta piuttosto male in arnese. Mi avvicino, con l'intento di trovare l'ennesima sorpresa, che credo a questo punto non mi possa essere negata. Infatti la trovo. Sulla chiglia ormai semidistrutta si legge a malapena una scritta in vernice ormai sbiadita: “Le Miroir”. La barca è grande, posso entrarci dalle falle che ne squarciano l'antico legno. Sono in quello che è rimasto della stiva. Di fronte a me c'è una porta. Tiro la maniglia, entro. Dal buio una dolce voce femminile mi saluta: “Ben arrivato a Le Miroir!!!”

(Fine quarto episodio)

Marco Bertelli

domenica 24 febbraio 2013

Circus

Il bimbo teneva per mano il padre. Insieme camminavano per l'immenso Luna park ai limiti della città. Era la sua festa, e il suo babbo gli aveva promesso che quel pomeriggio avrebbe accondisceso ad ogni suo desiderio. Così il bimbo si era già fatto un paio di giri in giostra ed aveva già consumato la sua frittella dolce ed un bel cono gelato. Il pomeriggio era ancora lungo. Aveva in mente di comprarsi un palloncino rosso e si stava dirigendo verso il suo prossimo sfizio, quando la sua attenzione fu accalappiata da un curioso signore che vestiva un buffissimo frac di un paio di taglie superiori alla sua tozza corporatura, che davanti ad un grande tendone azzurro strillava allegramente e con assai poco colto lessico, di fronte ad un capannello di persone che là si erano radunati incuriositi. “Venghino, venghino Siore e Siori!!! Entrate a vedere le nostre spetacolari attrassioni!!! Abbiamo Fenomeni da tutto il mondo: Donne cannone contorsioniste, nani trapesisti che raccontano barzelette mentre volteggiano nel'aria, e gli incredibili uomini verdi!!! Ebbene si, Siori!!! Gli autentici uomini verdi che nessuno al mondo aveva mai visto, ce li abbiamo noi!!! Venite, entrate!!!”. Ora, di donne cannone e di acrobati comici di bassa statura se n'erano visti parecchi nei Luna Park, e non erano certo una novità molto attraente, giusto la curiosità di vederli per una volta poteva convincere qualcuno ad entrare nel tendone azzurro, ma gli uomini verdi, beh, quelli erano proprio una novità assoluta. La folla davanti al tendone azzurro aumentava sempre più, per tutto il Luna Park si stava spargendo la voce di questa nuova attrazione, e il bimbo aveva dimenticato il palloncino che voleva comprare; ora voleva vedere questi misteriosi uomini verdi. Il babbo non poteva dire di no, avrebbe contravvenuto alla sua promessa e deluso il figlio, ma l'idea di entrare in quel tendone non lo convinceva per niente, aveva come la sensazione che ci fosse qualcosa di poco edificante nel portare il bimbo a vedere quei fenomeni da baraccone, ma per poter accontentare il figlio si sforzò di soffocare quel suo istinto. Quella sensazione strana salì di intensità non appena entrarono nell'ampio tendone, quando si accorse che il pubblico era composto esclusivamente da padri come lui che erano tenuti per mano da figlioletti come il suo. Non seppe spiegarsi il perchè, ma vide che la stessa inquietudine che egli provava era stampata tale e quale sui visi degli altri papà, imbarazzati come lui, e come lui incapaci di condividere l'entusiasmo che pervadeva i bimbi, impazienti, al contrario dei rispettivi padri, di vedere lo spettacolo. E lo spettacolo cominciò.
Il primo numero non ebbe grande successo tra i bimbi, si trattava della donna cannone contorsionista, una bella ragazza indubbiamente, vestita in abiti succinti che fumava una strana sigaretta mentre danzava sinuosamente al ritmo di una musica orientaleggiante, al termine della quale si faceva chiudere dentro una valigia per poi farsi trasportare fuori dal suo assistente, che somigliava tantissimo allo strillone in frac davanti al tendone. I bimbi rimasero quasi impassibili, non comprendendo forse lo “spirito” dell'esibizione, mentre i padri, sempre più nervosi, si guardavano tra loro accennando un mezzo sorriso d'intesa, che però tradiva un evidente imbarazzo.
Il secondo numero, invece, fu un successo. Il nano trapezista, stranamente somigliante allo strillone in frac davanti al tendone, saliva su per una relativamente alta impalcatura e afferrato un trapezio cominciava a dondolarsi, a fare salti mortali e piroette. Spesso, quando lasciava il trapezio, nel tentativo di riafferrarlo, mancava la presa e precipitava nella rete sottostante, che lo faceva rimbalzare e lo restituiva al pubblico bello, sano, integro e sorridente, e lui, prima di arrampicarsi di nuovo sull'impalcatura, raccontava una barzelletta, tanto per far dimenticare la figuraccia. I bambini sembrava impazzissero dalle risate, non certo per la comicità (assai difficile da cogliere) delle battute di quell'attempato nanetto, ma più che altro per i buffi ruzzoloni che questi faceva nella rete ogniqualvolta ci cascava.
Il nervosismo, invece, si faceva sempre più tangibile tra i papà, i quali, per riuscire a rendere credibili le loro finte risate, facevano grossi sforzi di petto, cercando complicità nello sguardo degli altri colleghi genitori.
Ma ormai era giunto il momento della grande attrazione. Il sipario rimase chiuso per qualche lungo istante, mentre dietro si preparava il palcoscenico. Qualcuno riusciva a scorgere dietro la tenda rossa che qualcuno, pare fosse lo strillone in frac che stava davanti al tendone, ripuliva lo scenario dalle impalcature servite per il numero precedente. All'improvviso, senza squilli di trombe o presentazioni introduttive, si aprì il sipario. Di fronte al pubblico si parò un gruppo di una decina di personaggi completamente verdi, dalla testa ai piedi. Verdi non erano solo i loro vestiti, ma anche la loro pelle, i loro capelli, le loro unghie, persino gli occhiali che alcuni di loro indossavano erano verdi, sia nella montatura che nelle lenti. L'unico sul palco che non era verde era un maialino rosa che era tenuto al guinzaglio (verde anche quello) da uno degli ometti verdi che, con un sorriso leggermente ebete, reggeva un cartello, scritto ovviamente in verde, che recava una misteriosa frase di cui a malapena si leggeva il contenuto, una sorta di minaccia sconnessa nei confronti di una religione straniera. Gli uomini verdi erano sul palco fermi, muti e con lo sguardo perso nel vuoto. Muti erano anche gli spettatori, che ancora non capivano bene in cosa consistesse lo spettacolo al quale stavano assistendo. All'improvviso da dietro il palco si levò una musica. Era una famosa aria tratta da un'opera lirica, il cui autore non poteva che chiamarsi Verdi. Ed ecco che, quasi automaticamente, gli uomini verdi sul palco si animarono e presero a muoversi in maniera scoordinata, nel goffo tentativo di accompagnare i loro gesti con la musica in sottofondo. In particolare ce n'era uno, che doveva essere il loro capo, che si mise ad emettere strani suoni gutturali che volevano essere frasi compiute, ma che, forse a causa del sigaro (verde) che stranamente teneva spento in bocca, risultavano a tutti incomprensibili. Si capivano a malapena solo le ultime sillabe: “... uro!!!”, “... dània!!!”, “...drona!!!”. Quello che era ben comprensibile, invece, era il gesto che faceva con la mano: era il classico dito medio che agitava davanti al pubblico, e che suscitava l'eccitazione di tutti gli uomini verdi assieme a lui sul palco. Il numero si trascinava tra le risate dei bimbi e la crescente e strana inquietudine dei padri, ma ad un certo punto ci fu il colpo di scena. Fece irruzione sul palco uno strano ometto che indossava un mantello nero. L'ometto reggeva un grosso secchio colmo d'acqua, e si parò davanti agli uomini verdi. Giusto un attimo prima di gettare l'acqua del secchio addosso a loro, l'ometto col mantello si rivolse con un ghigno beffardo ed una risatina sadica verso il pubblico e tutti poterono riconoscerlo, si trattava dello strillone che stava davanti al tendone. L'acqua si riversò come un'enorme onda marina sugli uomini verdi, che si bloccarono all'istante, mentre la fredda acqua sferzava i loro corpi. Solo il maialino rosa riuscì a sottrarsi, svelto, all'ondata gelata, liberandosi dal guinzaglio e scappando dal palcoscenico. E fu a questo punto che accadde l'incredibile. L'acqua che colava dai visi degli uomini verdi trasportava con se' anche il colore che essi spacciavano per quello naturale dei loro volti, rivelando la normalità della loro natura umana. I bimbi presero a ridere a crepapelle nel vedere le facce degli ormai ex uomini verdi con un'espressione di sconsolato stupore dipinta addosso, ma lo spettacolo non era ancora finito. Non appena i bimbi ebbero finito di asciugarsi le lacrime che le grasse irrefrenabili risate avevano fatto sgorgare dai loro occhi, si accorsero che c'era qualcosa di strano e di nuovo nella facce degli uomini (non più) verdi. I loro visi erano esattamente quelli dei loro padri. Per un attimo credettero di sognare. Poi, tanto per rendersi ben conto se lo spettacolo davanti ai loro occhi fosse davvero reale, guardarono in faccia i loro padri e videro che erano sempre gli stessi, solo con quella stessa espressione di sconsolato stupore di quelli del palco dipinta sui loro visi, diventati di un colore verde-rabbia. Intanto l'ambiente si era fatto improvvisamente irreale; mentre gli uomini non più verdi sul palco restavano immobili e muti, simili a statue di sale, i padri guardavano i figli con gli occhi di qualcuno che cercava compassione e perdono. I bimbi non capirono di cosa avrebbero dovuto ritenere colpevoli i padri, capirono solo che lo spettacolo era finito. Ciascuno di loro trascinò fuori il padre consolandolo: “Va bene, non importa, se non ti piace questo posto non ti ci porterò più”. Uscirono in silenzio dalla parte opposta da dov'erano entrati. Una volta in strada, però, non poterono fare a meno di sentire la voce dello strillone davanti al tendone: “Venghino, venghino Siore e Siori!!! Più gente entra e più bestie si vedono!!!”

P.S.: il presente articolo era stato da me scritto circa un anno fa, per il sito Ereticamente.it, in occasione dello scandalo che coinvolse la lega nord. Oggi si va alle urne per eleggere il nuovo parlamento e il nuovo presidente del consiglio. Ho pensato che questa storia andasse benissimo per descrivere la situazione politica generale attuale. Gli "uomini verdi", in fondo, non sono soltanto quelli della lega.... o no?


Marco Bertelli

mercoledì 20 febbraio 2013

Le Miroir (Lo specchio) - 3^ episodio: sogno o realtà?

(riprende dal 2^ episodio)

Catapultarsi da Milano a Parigi è un po' come assistere a una partita a dadi tra il sogno e la realtà. Scendendo da un treno notturno questa sensazione sembra più reale che mai. Ti addormenti con impressi nella tua mente i ritmi e le immagini di una città che, in fondo, ti è familiare; quando ti svegli, invece, ciò che vedi è qualcosa di insolito. La lingua diversa non è l'unico segno distintivo di un posto “straniero”. L'architettura delle case, la gestualità delle persone, sono tutte cose che ti spiegano che lo scenario che ti circonda è cambiato. Persino l'aria che respiri sembra abbia un altro peso, un altro aroma. Non è così scontato pensare che oggi, come ogni altro giorno, ti sei svegliato. Non è follia credere che ciò che vedi intorno a te sia un sogno iniziato dentro un vagone-letto, e non ancora svanito. Il dilemma sogno/realtà non accenna a risolversi, mentre comincio ad avventurarmi nella grande “Ville Lumière”, salendo e scendendo dalla sua superficie e dai convogli della ragnatela del Métro. Esistono almeno due città diverse dentro Parigi: quella di superficie, dove vengono scattate le foto che rappresentano la sua immagine elegante, da mostrare al mondo intero, il quale, dopo averle attentamente esaminate, le rimanderà la sua ammirazione sotto forma di incessanti flotte di turisti che si impossesseranno di quella mirabile superficie. Poi esiste la città sotto la superficie, dove vengono a contatto i suddetti turisti con gli abitanti veri di Parigi, che raramente sono reperibili in superficie se non in veste di commesse di negozio, di impiegato di agenzia viaggi, di museo o altra attività che comporti un rapporto con le flotte turistiche. I parigini vivono con un certo distacco la loro “pariginità”, sembrano alieni alle attrattive ed alle bellezze del patrimonio culturale che sfreccia sopra le loro teste, i loro occhi sembrano trattare i turisti come suppellettili che non danno sufficiente risalto ad un salotto di vecchio stile, ma comunque ancora alla moda. Non sembrano tristi, né rassegnati a convivere con potenziali invasori che, per numero e peso economico, potrebbero fregiarsi al loro pari del titolo di “parigini”, ma fanno chiaramente trasparire dai loro atteggiamenti distaccati, a tratti affascinanti e a volte un po' altezzosi, che la Parigi di cui sono in cerca i turisti, nulla ha a che fare con la Parigi di cui loro si sentono interpreti. Nei labirintici meandri del sottosuolo, solcato da convogli senza tempo, la realtà della Parigi “autentica” si confronta col sogno della Parigi “turistica”, e contemporaneamente il sogno dei parigini “autentici” sfida la realtà monumentale della Parigi “turistica”. Un naufrago, quale io sono, non appartiene né al sogno né alla realtà che turisti e parigini si contendono; ma io devo scegliere la mia realtà per trovare la rotta che forse ho solo sognato in quel bar di provincia, che ora mi sembra più lontano che mai. Anche la realtà davanti ai miei occhi sembra sempre più lontana, inafferrabile, indecifrabile. Questa commistione di sogno e realtà offusca in me il senso del tempo e delle cose. O forse è questo mezzo di trasporto sotterraneo che ha trascinato sotto il livello della superficie, assieme a me, anche il mio animo. Disorientato tra sogno e realtà, stento a trovare l'istinto che avevo seguito all'inizio del mio viaggio. Devo assolutamente risalire in superficie. Perso tra questi pensieri di sconforto, non mi sono accorto che il vagone del métro è stato abbandonato dai turisti, e si sta dirigendo in una zona periferica. Una signora, seduta di fronte a me, deve aver notato le vicissitudini pensatorie del naufrago suo occasionale dirimpettaio. Mi guarda con un mezzo sorriso, tra il divertito e il compassionevole. Forse pensa che, assopito nei miei pensieri, abbia dimenticato di scendere qualche fermata prima. Però è insolito che qualcuno noti le mie evoluzioni cervellotiche, specie in un posto dove ognuno tende a non occuparsi troppo degli atteggiamenti altrui, preferendo badare ai fatti propri. La signora indossa un tailleur grigio chiaro di stoffa leggera, molto elegante. Corporatura snella, viso leggermente affilato. Capelli castani lisci, raccolti sulla nuca, trucco leggero attorno agli occhi dello stesso colore del crine, che risaltano, grandi, sopra zigomi appena un po' sporgenti. Naso lievemente appuntito, ideale vertice di un triangolo la cui base è formata dall'onda delle carnose labbra, sulle quali il poco rossetto carminio non deve affaticarsi troppo per far brillare quel mezzo sorriso, che invoglia chi lo guarda ad immaginarne anche l'altra metà. Un'artistica fossetta scava il mento stretto, donando un tocco di fascino parigino al tutto,  lasciando anacronistico ogni eventuale interrogativo sull'età.
Le abbozzo, di rimando, un mio mezzo sorriso, nel tentativo di confermarle quel che suppongo abbia pensato, evitando di rivelare il naufragio che è in corso in me. Rapidamente il suo sguardo devia verso l'esterno del vagone: è la sua fermata. Mentre ricompone il suo mezzo sorriso, la signora si prepara a scendere, non tralasciando di riporre nei miei occhi un suo ultimo sguardo, stavolta più diretto e serio, quasi a segnalarmi che quella fermata potrebbe essere anche la mia.
In effetti, riflettendoci e naufragandoci su, a questo punto quale potrebbe non essere la mia fermata?
La scritta dice Belleville, località di Parigi decentrata rispetto alla zona turistica, ammeso che a Parigi vi siano zone non turistiche. La signora si avvia con passo elegante e sicuro verso la porta scorrevole dell'uscita e i passeggeri rimasti sul vagone, quasi avessero udito un richiamo, si alzano all'unisono accodandosi a lei, quasi meccanicamente, come per seguire l'hostess che li conduce all'imbarco sull'aereo. Incuriosito da questa inaspettata scena mi accodo anch'io, ultimo della fila. L'hostess scende dal convoglio e si dirige svelta verso la scalinata che porta alla superficie facendo da capofila anche ai passeggeri scesi dagli altri vagoni, unendoli in una specie di serpentone umano che sale all'aria aperta, mentre il serpentone sotterraneo sbuffa chiudendo le porte, e striscia velocemente sferragliando verso le successive stazioni del suo antico tragitto. In coda al rettile umano salgo gli ultimi scalini, e mentre i tiepidi raggi del sole primaverile sciolgono le squame di quel serpentone, disperdendolo, scorgo da lontano la sinuosa sagoma dell'hostess entrare dentro la porta di una vetrina di un'agenzia viaggi: “adieu, ma belle dame!” penso rassegnato.
A Belleville oggi è giorno di mercato, e sotto i palazzi immortali di una Parigi stile “belle époque” scorre impetuoso un fiume di bancarelle e di gente multicolore, in stile “nouvelle époque”.
L'aria di un aprile generoso di raggi solari si unisce al tutto, diffondendo caldi effluvi speziati dalle origini più disparate: africana, orientale, caraibica, con qualche profumo tipicamente mediterraneo a fare da sottofondo ad una sinfonia di aromi che risuona festosa, senza bisogno di direttore d'orchestra. La stagione primaverile non esita neppure a far risaltare i colori, sgargianti e festosi nelle etniche vesti di corpulente donne africane che si aggirano tra i banchi della frutta e della verdura, scegliendo con antica perizia i pezzi più intonati ai colori dei tessuti che indossano, eredità della loro terra lontana. Persino il grigio delle gonne delle signore indigene sembra splendere al riflesso verde smeraldo delle foglie di lattuga esposte dagli ortolani. Le voci si propagano libere nell'aria tiepida, parlano tutte le lingue e nessuna, raccontano in arabo storie di maghrebini ormai francesi, parlano in francese di europei di pelle scura importati da un Senegal per loro ormai dimenticato. Suonano come tanti mantra che si intrecciano a formare un rumore solo, un rumore indecifrabile, ma che ha in se' qualcosa di magico. Una magia che mi avvolge, mentre lentamente cammino tra bancarelle e folla, e confonde sempre di più realtà e sogno. Finchè giungo a non distinguerli più del tutto, nel preciso momento in cui, tra una bancarella di frutta tropicale e una di stoffe ivoriane, improvvisa come un temporale ma piacevole come una carezza, mi si para davanti lei: l'hostess che avevo incontrato in métro, nonché capofila del serpentone umano. Tiene tra le mani un plico di lucidi volantini pubblicitari plastificati e sul viso uno sguardo luminoso e caldo come il sole di primavera, il suo sorriso non lo so descrivere ma mi lascia piacevolmente frastornato. Mentre ricevo senza accorgermene il suo messaggio pubblicitario, senza riuscire a ricambiare con un mio messaggio qualsiasi la vedo passarmi oltre, con la sinuosa falcata che la contraddistingue, mentre un altro serpentone umano vedo formarsi dietro i suoi passi, facendola di nuovo sparire dalla mia vista. Senza accorgermi faccio scivolare dalle dita il volantino che si perde a terra. Alcuni istanti senza pensieri mi scombinano la mente; ormai non so più se davvero ho assistito a quella scena o se l'ho solo immaginata. Il mio dubbio viene subito risolto: si alza un improvviso vortice di vento, impetuoso quanto impertinente; si sollevano polvere e cartacce da terra e si mettono a svolazzare, e mentre mi rimetto a camminare una di queste cartacce mi si spiaccica in piena faccia. Lo riconosco, è il volantino che la serpentessa-hostess mi aveva consegnato e che mi era sfuggito di mano. Il vento, evidentemente, vuole che lo legga. C'è la foto di un enorme specchio in una cornice in stile seicentesco. E' scritto in francese, ma insolitamente c'è anche la traduzione in italiano: “Le Miroir – Il locale più impensabile del mondo. Nulla di quel che vedrai l'avresti mai pensato. Vedrai ciò che hai sempre pensato ma che non avresti mai immaginato. Le Miroir ti porta sulla rotta giusta. Vienici a trovare: 19, boulevard Cristophe Colombo (dietro il molo 26 dov'è attraccata la scialuppa) Boulogne sur Mer”. A parte il misterioso riferimento sulla scialuppa attraccata al molo 26, che non vedo come possa orientare meglio il potenziale avventore, credo che ci siano cose interessanti che mi aspettano a Boulogne sur Mer.

(Fine terzo episodio)

Marco Bertelli

domenica 17 febbraio 2013

Due dialoghi



La processione è ormai arrivata alla pira, la costruzione della “giustizia” terrena. Qui salirà il condannato, l'Eretico, per essere pubblicamente arso vivo. L'Eretico è passato tra due ali di folla, scortato da inespressivi frati, che meccanicamente recitano salmi. Tra la folla c'è chi inveisce, chi prega, chi gli sputa addosso e chi implora i santi di riversare pietà sull'anima del condannato. Non dice niente l'Eretico, la folla vede che tiene in bocca una mordacchia, che gli serra la lingua sanguinante, e pensa che non potrà far altro che urlare di dolore, di lì a poco, quando il rogo lo consumerà. L'esecutore dell'umana “giustizia” attende, alto e solenne, che gli venga consegnato il condannato, Eretico anche nel rifiutare gli ultimi sacramenti che gli vengono offerti dai frati confortatori del San Giovanni decollato: arso sì, ma intero, a dispetto di chi continua a vivere, se è possibile farlo, privo di testa.
Eccolo sul patibolo, il capo avvolto dentro un antico cappuccio, egli guarda avanti, dentro gli occhi del suo giustiziere:
“Avanti uomo, fa il tuo dovere”. Le parole del condannato escono inspiegabilmente chiare e limpide da una bocca che, fosse di qualsiasi altro umano, non potrebbe articolare sillabe comprensibili all'orecchio. Il boia trasecola, folgorato da quell'incredibile frase. La voce del condannato sgorga naturale come acqua di sorgente, fiera e profonda, e gli parla.
“Come puoi parlarmi da quella gola martoriata?” risponde, mentre il suo sguardo attonito si ferma in quello privo di paura del condannato.
“Ci sono voci che non hanno bisogno di una bocca per farsi udire, hanno tentato di far cessare la mia con sette anni di torture e minacce, ora usano mordacchia e fiamme per cercare di distruggerla, ma nulla possono, né potranno mai”, la voce del condannato risuona senza stenti.
“Tu sei quel pazzo che non abiurò, che disse ai cardinali inquisitori che non aveva paura e che a tremare davanti a te erano loro, ma ora sarai bruciato, così come lo saranno i tuoi libri, come fai a non avere paura per te e per la tua anima?” incalza il boia ricordando al frate il suo incombente destino.
“Il mio corpo teme il fuoco, ma la mia Anima ne aspetta il battesimo. Quanto ai miei scritti, molti di questi sono al sicuro, in posti dove l'ingiustizia non alberga, altri andranno persi, ma nemmeno di quelli si potrà soffocare la voce, assai più forte di quella che ora ti sta parlando”. E' la sentenza dell'Eretico, che tirando il fiato, ormai corto, riprende: “Il mio corpo ha lottato con Furore, ha perso la sua battaglia col suo tempo e con questi tempi, ma l'Anima che lo ha vestito trionferà oltre ogni tempo”. Conclude l'Eretico, mentre nei suoi occhi si vedono chiaramente le fiamme del rogo già accese. Il boia vede avvampare quelle fiamme, vive e ardenti, sente il loro calore arrivare fino al proprio corpo, anche se ha ancora stretta nella sua mano la torcia che ancora non ha toccato le sterpaglie che circondano la pira. Sente la paura nel corpo del condannato attingere il suo corpo, e con un gesto istintivo arretra qualche metro, mentre la torcia accesa gli sfugge di mano, andando a cadere sulle sterpaglie, dando fuoco al rogo. Una voce senza tempo dentro il fuoco lo spinge ancora indietro: “Ecco il mio Battesimo del Fuoco”, sente pronunciare, prima che le grida umane di un corpo che sta bruciando abbiano il sopravvento.

Il vecchio giace nel suo letto, il corpo decrepito e stanco. Molti anni aveva vissuto, molte morti aveva dovuto vedere, provocate per lo più dalla sua mano, che era quella della giustizia degli uomini. Ora stava vedendo la morte sua, chiaramente riflessa negli occhi umidi di lacrime del figlio seduto al suo capezzale. Non sente tristezza, solo la fatica di dover perdonare a se' stesso i molti crimini che la giustizia degli uomini aveva già perdonato a lui. Su tutti quel rogo del febbraio del 1600, a Campo de' Fiori, che non aveva più potuto scordare. Il figlio, invece, di quelle tante morti non si è mai macchiato, aveva potuto studiare, diventando, inopinatamente considerati i problemi di casta, un Notaio.
“Figlio mio” dice il vecchio, “grazie di essermi vicino nell'ora estrema, perchè la tua presenza solleva il peso della paura da queste povere e malandate membra”.
“Grazie a te, padre mio” dice il figlio, gli occhi annegati nelle lacrime, “ciò che sono lo devo solo a te, a quei libri “segreti”che mi portasti, dopo averli sottratti di nascosto al rogo che ne volevano fare”.
“Furono gli occhi di quello strano frate che mi fecero capire che in lui c'era qualcosa di più grande, e che non meritava di morire così. Io sapevo dove tenevano i libri che volevano bruciare nel rogo che seguiva il suo, ho portato via quelli che potevo. Sentivo che era giusto salvare almeno loro”. Dice il vecchio con voce sempre più flebile.
“Amministravi la giustizia degli uomini, ma in questo caso hai fatto la Giustizia Divina”, lo rassicura il figlio, “quei libri resteranno ancora a lungo proibiti, ma un giorno verranno visti sotto la loro vera Luce, e gli uomini potranno conoscere la Vita e il Pensiero del “Mercurio” che li ha scritti. Sino ad allora verranno custoditi da persone come me e dalle loro discendenze”.
Il vecchio sente svanire la Vita dal suo corpo, dolcemente, ma i suoi occhi si spalancano, mentre negli occhi del figlio le lacrime sembrano spegnersi, lasciando il posto alle fiamme, le stesse che egli non poteva dimenticare, quelle viste il 17 febbraio del 1600 negli occhi di quell'Eretico: 
Giordano Bruno. 


Marco Bertelli