giovedì 17 febbraio 2022

MERCURIO

 



Come il messaggero degli dei, quale io fui nella mia terrena vicissitudine, sono tornato.
Non è più tempo di mostrare al mondo "infiniti universi", mai compresi e sempre manipolati da chi mi ha perseguitato.
Non la "magìa naturale" può commuovervi ormai, se non siete nemmeno capaci di distinguere le orrende "magìe" che gli stessi miei persecutori, ancora vivissimi, tentano ostinatamente di operare su di voi.
Del resto, chi doveva comprendere "infiniti universi" e "magìe naturali" mi ha già visto vagare per questa terra al fianco di chi, come me, non ha accettato di abiurare la Verità, nè per paura, nè per apparente "comodità". Alcuni hanno pagato lo stesso prezzo che ho pagato io, altri sono ancora in mezzo a voi e parlano con la mia voce.
Una voce che ti scuote dal sonno e che ti chiama a scegliere: non tra la paura e la tranquillità, non tra la fame e il lusso, non tra l'approvazione degli altri o l'isolamento, l'emarginazione; perchè proprio tutte queste cose sono la trama tessuta dai ragni del potere, la "magìa" malefica che si continua a perpetrare ai vostri danni.
Quella stessa "magìa" che hanno cercato, invano, di scagliare contro di me. E' sempre stato questo il loro "gioco", del resto: far dimenticare la Verità che è dentro di voi e fuori di voi.
Cercate QUELLA Verità: ecco il messaggio del nuovo e antico Mercurio, quale io fui e sono.
Quella è la Verità che vi farà liberi, che cancellerà la paura nella quale siete da troppo tempo immersi e che porta potere a chi, senza averne diritto, vuole la vostra sottomissione e che trae forza dalla vostra sofferenza.
Scegliete la Verità, la Vostra Verità, questa è la scelta che travalica e trascende e ridicolizza le false scelte che oggi vi impone chi un tempo ha arso vivo il mio corpo, tentando di bruciare quel che di voi e di me non può mai bruciare, se non glie lo permettiamo.
 
"Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno" (Bruno Nolano)
A Giordano Bruno, nel 422° anniversario del rogo. 
 
MARCO BERTELLI 


venerdì 24 dicembre 2021

I Camminatori Alieni



Bologna, la città vicino alla quale vivo, si trova ai limiti della pianura Padana e a ridosso di colli che preannunciano l'Appennino. Il più famoso dei colli bolognesi è forse quello di S.Luca, quanto meno è il più accessibile per chi vuole anche per un attimo evadere dalla frenesia e dai rumori assordanti del traffico che affumica le belle e antiche strade cittadine. Così, sono molti quelli che si cimentano nella salita aspra e lunga che conduce al santuario che sovrasta quel colle, anticamente meta di devoti pellegrini mentre oggi luogo di arrivo di apparenti atleti dediti al mantenimento della forma fisica. E' bello: si sale con fatica, si arriva, si prende fiato respirando aria sicuramente meno inquinata, si contempla il panorama e poi si torna giù verso la città; il fisico ne trae giovamento, senza dubbio, e anch'io, spesso, mi cimento per quel cammino. Quello che quasi nessuno fa, però, una volta arrivati in cima, è avventurarsi per le pendici opposte del colle. E' strano notare il deserto oltre il santuario, come se dopo questo non esistesse che il nulla. Invece una strada che prosegue e scollina dall'altra parte c'è. Anzi, a percorrerla si direbbe che "il nulla", il "deserto", te li sei lasciati alle spalle; e questo non perchè non si incontrino più tracce di "civiltà" umana da lì in poi, ma piuttosto perchè ci si trova di fronte a qualcosa di diverso dalla "civiltà" che ci si è appena lasciati alle spalle. Gli umani (qui molto meno numerosi) hanno un atteggiamento diverso rispetto ai consimili che non hanno scollinato ritenendo sufficientemente gratificanti le loro "atletiche imprese": si muovono più lentamente, non hanno respiri affannosi, osservano con cura e interesse il paesaggio della vallata sottostante e spesso, apparentemente senza motivo, sorridono, anche in completa solitudine. Quando li incroci nel cammino, ti guardano e ti salutano. Cosa sorprendente per chi è avvezzo al camminare frenetico del centro città (aggiungerei di qualsiasi città). Non sembrano morfologicamente diversi dagli altri, giurerei che sono umani come tutti gli altri abitanti del posto, e come loro hanno vite "normali" quando discendono da quel colle.
Eppure, le prime volte che li incontri ti vien da pensare che ti salutano perchè ti hanno confuso con qualcun altro; può capitare, certo, ma quando succede tre, quattro, cinque volte di seguito, e con individui diversi, sei costretto a riconoscere che quei passanti sono in preda a violenti attacchi di gentilezza, e ne hai la conferma quando ti accorgi di una loro vaga espressione ironica notando un certo stupore nel tuo rispondere al loro saluto.
Violenti attacchi di gentilezza: quale ne può essere la causa?
Si potrebbe trattare di una confraternita segreta di camminatori alieni.
Oppure è l'aria più pura di quel luogo, dove passano più stelle comete che auto, che contiene qualche sostanza strana che diffonde germi di una strana epidemia.
Non sono ancora stato capace di individuarne le cause, ma non ritengo che sia fondamentale farlo, visto che non credo che ci sia da preoccuparsi molto delle cose che ti fanno stare meglio, come la gentilezza.
Mi sforzerei di più, piuttosto, a diffondere "la setta dei camminatori alieni" anche ai piedi del colle, dove c'è carenza di gentilezza. 

Marco Bertelli 




giovedì 11 novembre 2021

Diverso

 

 
 
Sotto il greve cielo autunnale
si assopisce la Terra, 
devastata nelle viscere,
deprivata del suo Verde,
immemore dei suoi Frutti. 
 
Nuovi semi ha ricevuto: sono quelli che il suo seminatore ha pensato,
indifferente al desiderio dell'obbediente Madre.
E' così che la superficie della Terra si turba nelle umane vestigia. 
 
La Madre sta sotto,
fremente delle proprie infinite Forze,
ansiosa di donarle,
mai stanca di gridarle,
a chi non sa ascoltare.
 
Conosce il Tempo e non porta rancore.

Perchè sa.
Sa quando il seme è diverso;
sa quando chi semina è diverso.
Sa che “diverso è colui che semina da colui che raccoglie”.
 
E questo le dà Vita.


Marco Bertelli 

 
 
 



venerdì 11 dicembre 2020

1982

 


Chi ha più o meno la mia età sa di che cosa parlo.

A quel tempo il mondo era completamente selvaggio e addirittura si credeva “libero”.
Si veniva dagli anni cosiddetti “di piombo” e ci si dirigeva assai inconsapevolmente verso gli anni del cosiddetto “riflusso”.
Ma noi che allora avevamo quasi vent'anni, come in genere fanno i ragazzi di ogni tempo, non ci occupavamo molto del futuro, ma godevamo i succosi frutti del “qui ed ora”. Ci divertivamo con assai poco, mentre sui giornali si leggeva di generali statunitensi rapiti e poi, diversamente dagli statisti nostrani, ritrovati nelle mani degli stessi terroristi e liberati.
Si leggeva di banchieri bancarottieri piduisti e filovaticani “suicidatisi” in posti impossibili e noi uscivamo la sera a mangiare la pizza e a ballare.
D'inverno si studiava (poco a dire il vero) e si amava la musica: rock, discomusic, punk e soul erano i generi preferiti; discutevamo tra noi su quale fosse fra questi il genere più “giusto”, mentre si discuteva sempre meno di “destra” o di “sinistra”. D'estate, invece, si rimediava qualche lavoro stagionale, mensile o bimestrale, che giustificava le vacanze d'agosto e le successive invernali: era piuttosto facile trovare lavoro a quell'epoca.
Poi (ma mica tanto poi) noi ragazzi pensavamo molto alle ragazze, le quali, con abilità tutta femminile, davano l'idea di non pensare a noi maschietti, ma era solo un trucco. Un gioco antico le cui regole erano note solo alle ragazze e che serviva a far sembrare la conquista un evento epocale per noi ignari ragazzi, che ci cascavamo sempre: era il “tempo delle mele”, il tempo dei grandi amori che duravano poco, fuochi che infiammavano sogni o bruciavano speranze, ma entusiasmavano sempre.
Ecco, l'entusiasmo dominava quei tempi e chi può ricordarseli non lo potrebbe mai negare; e quando si parla di entusiasmo in generale, a un italiano medio (ma anche no) viene in mente il calcio.
Il 1982 era l'anno dei mondiali di Spagna, e quella sfrenata passione che pervade individui di ogni nazione, razza, religione e ceto sociale era all'apice. Principale nutrimento del demone dei nostri tempi denominato “panem et circenses”, il calcio, da parecchi decenni, ha anche la funzione non trascurabile di catalizzatore di spiriti nazionalistici perduti o mal assemblati, come nel caso del nostro travagliatissimo paese, che fino ad allora era considerato “provinciale” rispetto a potenze come Francia, Inghilterra e soprattutto Germania, vere e proprie “locomotive” trainanti dello spirito dell'Europa che all'epoca si stava ancora formando.
Provinciali eravamo e da provinciali cominciammo quel mundial. Passammo la prima fase con grande fatica contro avversari ritenuti assai più “provinciali” di noi. Il gioco e i risultati erano deludenti e assai al di sotto delle aspettative. Se eravamo quelli visti fin lì, c'era da aspettarsi il peggio nella fase successiva contro i colossi Argentina e Brasile, rispettivamente campioni in carica il primo e strafavorita per il successo finale il secondo. Quello che impressionava più di ogni altra cosa, nessuno se lo può dimenticare, era l'acredine con la quale la stampa e le tv nazionali si scagliavano contro i giocatori: si raccontava, specialmente sui quotidiani specializzati, di rivolte della squadra conto il tecnico Bearzot, di apatia, di odio serpeggiante tra le fila della compagine e degli accompagnatori e persino di una storia di omosessualità tra alcuni giocatori. Quelli che dovevano difendere il nostro beneamato tricolore erano dipinti come ricchi e strapagati parassiti che si arricchivano alle spalle dell'umiliato popolo italiano. Incapaci dal primo all'ultimo, i giocatori erano, a detta della stampa, totali delusioni, a cominciare proprio da colui che doveva essere il nostro goleador: Paolo Rossi.
La squadra, dal canto suo, visto la piega che gli eventi stavano prendendo, non si limitò a negare con forza le insinuazioni dei pennivendoli, ma si chiuse in un blindatissimo “silenzio stampa”, che li esponeva ulteriormente a critiche e malignità che, comunque, non si placavano ma si moltiplicavano.
Era in questo clima che noi spettatori e tifosi ci accingevamo a sederci davanti alla tv per assistere alla prima partita della seconda fase contro i “mostri” argentini che schieravano, tra gli altri, un certo Diego Armando Maradona, già a quei tempi a ragion veduta assurto al titolo di “pibe de oro”.
Già al termine del primo tempo, avere chiuso sul risultato di zero a zero, poteva essere considerato un successone. Poi, accadde quel che nessuno si aspettava: Tardelli e Cabrini infilavano due volte la porta avvesaria, e mentre noi increduli davanti allo schermo temevamo la rimonta dei sudamericani, dalle inquadrature dei volti dei nostri giocatori trapelava una tranquillità mista a grinta mai vista fino a quel momento. Da lì in poi, fu un assalto alla porta di Zoff, colto di sorpresa solo verso la fine da una punizione dal limite battuta a tradimento dal grande Passarella. E Diego? Beh, un Gentile mostruoso non gli ha praticamente mai fatto vedere palla per tutta la partita.
Cosa stava succedendo? Battuti i campioni uscenti? "Una botta di fortuna inaspettata", sottolineavano il giorno dopo i giornalisti, presi evidentemente alla sprovvista: "vedremo cosa succederà col Brasile tra pochi giorni".
Il Brasile: solo a nominarla la nazionale verde-oro metteva i brividi. Se poi si vuole entrare nello specifico e parlare dei giocatori, c'era di che agghiacciare. I calciatori brasiliani, da sempre, hanno una caratteristica: a parte il portiere, tutti potrebbero essere goleador. Il loro tasso di classe è tale per cui potrebbero giocare tutti centravanti, anche i terzini: basta vedere la formidabile nazionale vincitrice dei mondiali del 1970 con sua maestà Pelè, per rendersene conto, ma quella del 1982 era, se possibile, ancora più formidabile: Zico, Falcao, Socrates, Eder, Junior, Cerezo erano solo i sei undicesimi della squadra, ma avrebbero fatto impazzire le migliori difese anche se gli altri cinque giocatori fossero stati dei bambini.
Consapevoli di ciò, noi spettatori e tifosi ci accingevamo a sederci davanti alla tv per assistere a quello che avrebbe dovuto essere il supplizio di una squadra, la nostra, ancora in attesa di colui che avrebbe dovuto essere il nostro goleador, a secco anche contro l'Argentina, bersaglio di ulteriori critiche, di accuse di totale incapacità e del quale si erano ormai perse le tracce: Paolo Rossi.
Beh, non la farò tanto lunga, come è andata lo sanno tutti: la testina e il piedino di colui che da quel giorno in poi sarebbe diventato “Pablito”, il futuro capocannoniere del mundial, Pallone d'Oro e uno dei più grandi goleador di sempre, gonfiarono per tre volte quella rete che era considerata quasi inviolabile e divennero storia.
Battemmo i mostri sacri brasiliani grazie ad un vituperato e fino a poco prima considerato incapace, mangiapane a tradimento e sospetto omosessuale (grave colpa per la bigotteria ancora strisciante in una ancora cattolicissima Italia).
Ma il successo di Paolo Rossi e della nazionale azzurra non si limitò all'ambito puramente sportivo. 
Eh sì, perchè noi spettatori e tifosi impazzimmo di entusiasmo e ci riversammo per le strade di tutte le città, i paesi e le frazioni di paese di tutta Italia a festeggiare: tutti, o quasi, gridavamo di gioia come non era mai successo: ci abbracciavamo, anche tra sconosciuti, perchè avevamo scoperto di essere tutti della stessa famiglia: quella italiana.
Qualcuno, più anziano di me, mi fece notare che era dai tempi della liberazione che non si vedevano scene del genere e nonostante si trattasse di un avvenimento di portata infinitamente inferiore a quello del 1945, lo spirito sembrava quasi lo stesso. Spirito nuovo, puro e gioioso per noi ragazzi.
Ma quello che faceva riflettere, di questo spirito, era il fatto che era nato in maniera inaspettata, quasi dal nulla: quel nulla dal quale sembrava risorta quella “nullità” che era considerato il Pablito nazionale. Paolo Rossi era diventato un simbolo che dimostrava come si può diventare eroi in ogni momento, che si può sempre risorgere dalle proprie ceneri: come la fenice, come solo un italiano è capace di fare.
I giorni successivi ci condussero al trionfo finale, nel quale abbiamo stracciato le temerarie velleità dell'eterno rivale sportivo e non, quella Germania che ci faceva ancor più paura, se possibile, dei fuoriclasse brasiliani: coi tedeschi era una questione d'onore più che di sport, ed avemmo la meglio. 
Che gioia. Che tripudio. Che Spirito. Eravamo tutti dei “Pablito” in fìeri, ed Italiani come avevamo dimenticato di essere.
Ora son passati quasi quarant'anni, e tante altre cose sono passate: il mondo è completamente cambiato, anche se il calcio nutre ancora abbondantemente quel demone del “panem et circenses”, e anche se tu hai deciso di lasciarci, caro Pablito, il simbolo che eri diventato viene ancora custodito nei cuori di quelli che l'hanno visto nascere.
Un simbolo di come sappiamo, possiamo e forse dobbiamo essere.
Grazie, Pablito, fai buon viaggio.💓

 Marco Bertelli

 





sabato 28 novembre 2020

Castelli



Mura senza tempo sussurrano
dentro acque sorde.
Fiotti di luce invadono pareti,
che raccontano storie
di trionfi di patrie
e disfatte di uomini:
sempre vere,
mai sincere.
La bellezza è scaraventata nel riflesso liquido,
la verità è protetta nei meandri.  

Marco Bertelli  

 






 

mercoledì 25 novembre 2020

Piccarda Day

 


Se c'è una cosa che si rende detestabile più che mai in questi tempi è l'ipocrisia. 
Ne vediamo a fiumi intorno a noi, scritta sui giornali, proiettata sugli schermi televisivi e affissa sui muri. La vediamo, la tocchiamo, ce ne vestiamo, la mangiamo e, quel che è peggio, la digeriamo pure. Mi chiedo che senso abbia istituire "la giornata del..." ad ogni piè sospinto, per qualsiasi argomento che provochi fastidio, dolore o, peggio, lutto. 
Per tutte le cose che sono causa di odio, dolore, pena e pietà è stata istituita "la giornata del...". 
Si vuole, dicono, "sensibilizzare" le coscienze alle piaghe che affliggono la nostra cosiddetta "civiltà", ma a me sembra che i risultati di tale "sensibilizzazione" portino effetti del tutto opposti a quelli degli intenti dichiarati: a tal punto che si direbbe che gli intenti non siano affatto quelli, per l'appunto, dichiarati, ma quelli, deleteri, che fanno sì che ogni anno ci si debba ritrovare a ribadire statistiche e numeri che dicono chiaramente che "la giornata del...", celebrata lo scorso anno, non ha migliorato nulla, e questo nella migliore delle ipotesi, ma in compenso aumentano ogni volta di più rabbie e rancori. Oggi, per esempio, si celebra la "giornata contro violenza alle donne". Da non so quanti anni la si celebra, ma voi credete che sui giornali di domani non troverete qualche trafiletto, se non addirittura titoli su più colonne che raccontino di qualche stupro, qualche omicidio o qualche sopruso perpetrato verso donne di qualsivoglia età? Oppure credete che da domani, per esempio, qualche direttore di giornale (magari proprio uno di quelli che oggi dicono di mettere all'indice la violenza alle donne) tratterà una sua dipendente in maniera più equa rispetto al di lei collega maschio, fino a privarsi di una pur modesta quota dei suoi preziosi, sudatissimi e mai abbastanza cospicui introiti? O, ancora, pensate che lo stesso direttore desisterà dallo "sbirciare" in modo becero e concupiscente tra le pieghe e gli orli della minigonna di ordinanza che indossa la sua avvenente segretaria?
Uso l'esempio del direttore di giornale solo per evidenziare l'ipocrisia corrente, ma è fin troppo ovvio che l'esempio si estende ben al di là dei locali dove si propagano le campagne della "giornata del...".
Ma dalle più alte sfere ai più bassi fondi, quel che conta è che si sia convinti che "la giornata del..." è importante e che quindi, per oggi, si debba parlare della violenza alle donne.
Va bene, ci sto, parliamone. Ma voglio farlo un po' a modo mio.
A testimonianza del fatto che il problema della violenza alle donne è qualcosa di molto antico e molto più profondo di quanto una semplice e innocua "giornata del..." possa concepire, mi rivolgerò al Sommo Poeta in persona, pescando dal suo infinito serbatoio di Amore e Saggezza, estraendone la storia di Piccarda Donati, vissuta nella Firenze di fine duecento.
Chi era costei? Beh, Piccarda era una forza della natura; a 15 anni era la più bella ragazza di Firenze, la più ambita futura moglie, perchè era di assai ricca e nobile famiglia, quella che poteva avere tutto. Fama, lusso, onori e riverenze: lei, diversamente da qualsiasi altra donna del suo tempo (ma anche di altri tempi: attuali, recenti o antichi che siano) non doveva fare assolutamente nulla per ottenere tutte queste cose ma erano "tutte queste cose" che andavano da lei, spontaneamente, come farfalle posate su un fiore. Una sola cosa era a lei richiesta: un sì. 
Non un "sì" qualsiasi, ovviamente, ma un Sì nuziale. Per lei, il fratello Corso Donati aveva organizzato il matrimonio del secolo, col ricchissimo Rossellino della Tosa, importante esponente politico dell'epoca. Piccarda, però, non era solo bellissima e ricca, ma possedeva anche un qualcosa che non era previsto possedesse una giovane fanciulla di quel tempo: Piccarda possedeva, incredibilmente, una libera volontà propria. Aveva dei desideri, dei progetti su se stessa che non erano, per così dire, in sintonia con quelli della sua famiglia. Del matrimonio per lei organizzato non voleva saperne, e non era, a quanto pare, un veto sullo sposo prescelto dal fratello, ma proprio un veto a prescindere. 
Il suo desiderio era quello di sposarsi con la personalità che per lei era la più importante non solo di Firenze, dell'Italia o del mondo; ma quella più importante dell'universo e che lei amava davvero: il Signore Iddio. 
Piccarda si fece monaca, nel convento fiorentino delle Clarisse. E qui subentrano i soprusi e le violenze: il fratello Corso, ovviamente, non accettò la cosa, o meglio, l'altrui volontà. Si organizzò, fece rapire Piccarda dal convento e la diede in sposa al suo prescelto. La leggenda poi vuole che Piccarda, sottomessasi infine alla superiortà della forza violenta del fratello, si ammalò di lebbra, morendone prima della "consumazione" del matrimonio. Ma non si è certi che si tratti davvero di leggenda, alcuni pensano che si tratti di storia vera fatta opportunamente passare per mito: l'ipocrisia, del resto, non è una "conquista" poi così recente.
Pensate ora se il caso di Piccarda si riproponesse al giorno d'oggi: quante pagine di giornali, servizi televisivi, programmi pomeridiani, plastici vespiani e altre diavolerie verrebbero fuori. 
Anzichè "giornata della violenza alle donne", oggi sarebbe il "Piccarda day" in tutto il mondo. 
E tutto, ovviamente, sarebbe incentrato sulla violenza, sul sopruso, sul sangue e sul dolore. 
Ma visto che a raccontarci questa storia è stato Dante, forse sarebbe opportuno vedere cosa ne pensava lui dell' "Affaire Piccarda". 
Nel suo mirabile e mirabolante viaggio ultramondano, il Sommo Poeta e Sommo Padre di tutti noi, trova Piccarda, manco a dirlo, nel Paradiso. Ma c'è un punto da non trascurare. Non è che per il fatto di essere in Paradiso, un beato sia qualcuno che in vita è stato, per così dire, "perfetto" in ogni cosa, come ci si potrebbe aspettare. Tra i beati che si incontrano nei diversi "cieli", infatti, si trovano personaggi che qualche "peccattuccio" ce l'hanno.
Il caso di Piccarda è particolare: Dante, che a quanto pare l'aveva conosciuta in vita, la trova in Paradiso nella "spera più tarda", cioè nel punto del paradiso più lontano dalle massime beatitudini; questo perchè Piccarda si trova tra quei beati che non hanno tenuto fede fino in fondo ai propri propositi; insomma, beata sì, ma penalizzata rispetto ad altri più vicini alle beatitudini più alte: 
"E questa sorte che par giù cotanto
però n'è data, perchè fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto". - Paradiso III (54/57)
Cosa significa? Che Dante la rimprovera per non aver ammazzato il fratello quando l'ha rapita? Dante è un omofobo e odia le donne vittime di violenza? Niente di tutto questo. 
Piccarda è beata, in Paradiso, sa che ha fatto in vita ciò che poteva, ma dove si trova ora ha acquisito quella consapevolezza che in vita non poteva avere: ha ceduto perchè si è comportata da vittima, perchè alla fine ha recitato quel ruolo per cui era stata educata: non poteva far altro che quello, quindi non può essere colpevolizzata in alcun modo, ma ora, da lassù, sta suggerendo ai "viventi" che fin che ci si considera "vittime" non si potrà far altro che trovare "carnefici", i quali faranno in modo che siano "negletti li nostri voti". 
E, ovviamente, Piccarda non parla solamente  alle donne vittime di violenza, ma parla a tutti; ci suggerisce di uscire dal malefico dualismo "vittima/carnefice", in cui è previsto che vinca sempre il carnefice e che la vittima immancabilmente soccomba.
Non so se voi ve ne accorgete, ma quando si celebra qualsiasi "giornata del..." c'è sempre in agguato il giochino della vittima/carnefice. 
Fateci caso, poi vedete voi se non sia il caso di istituire anche il 
"Piccarda day". 

Marco Bertelli




lunedì 23 novembre 2020

Rapsodia di ricordi - 2^ parte

 


Nella prima parte si accennava al fatto che oggi non possiamo più disporre pienamente delle “libertà” che fino a pochi mesi fa eravamo “convinti di possedere”. Si potrebbe esprimere più precisamente il concetto asserendo che da quando ci hanno imposto il famigerato lockdown non ci sentiamo più “liberi”. In pratica, ci stiamo accorgendo (più o meno inconsciamente) che in realtà non siamo stati mai veramente in possesso delle nostre individuali e fondamentali “libertà”, perchè se queste ci possono essere tolte dall'oggi al domani da altrui decreto, significa che non sono mai state nostre, e questo indipendentemente dal fatto che i decreti siano da ritenersi “giusti” o “sbagliati”. 

Certo, il concetto di “libertà” è talmente ampio e dispersivo nei significati che gli si possono attribuire, che è impensabile definirlo in poche righe; lascerei che siano filosofi di professione e fama ad estrinsecarne i più profondi contenuti, io mi limito a mettere la parola “libertà” tra virgolette, così da lasciare, chiunque lo voglia, “libero” di dargli il significato che preferisce; tanto, visti i tempi, la “libertà” è talmente appiattita che praticamente nessuno può davvero travisarne il significato corrente.
Ma se sappiamo a chi e a cosa attribuire le attuali privazioni di “libertà”, a chi e a cosa dobbiamo attribuire la mancanza di “libertà” che già avevamo in passato?
C'è chi le chiama “forme/pensiero” o “eggregore”, altri li chiamano “demoni”, altri ancora, meno esotericamente, lo chiamano “conformismo”; qualcuno la vede come conseguenza del consumismo, di cui è intrisa “l'anima” del nostro tempo, altri lo concepiscono come un effetto collaterale indesiderato (ma neanche tanto) del pur necessario “sviluppo economico” (ma fino a quando si potrà mai “sviluppare” questa “economia”?). Fatto sta che le minacce alla “libertà” tutti le vedevano, ma nessuno se ne è mai accorto. Solo oggi non ci sentiamo più “liberi”.
Questo è un mio ricordo che risale a circa cinque anni fa.
 
“Vagavo nel nulla, cercando il tutto, come sempre. 
Stavolta, però, ho provato a cercarlo nell'ampia metratura di un supermercato: ero convinto che a casa mancasse qualcosa per la cena, ma appena sono entrato mi sono ricordato che la dispensa era piena di cose che potevano risolvere il problema della cena. Ma ero già entrato, non mi andava di uscire dal nulla con nulla. Quindi ho cominciato a guardare i prodotti, con la speranza di trovare qualcosa che mi coinvolgesse. Al reparto frutta e verdura, tra melanzane dalle dimensioni di angurie e carciofi che sembravano tristi come salici piangenti, ho trovato un "signora mia, ha visto come sono aumentate le zucchine? ... no, non intendo la loro taglia, ma il prezzo" cui ha ribattuto un "ha fatto bene a dirlo, perchè 3 euro al chilo per delle cucurbitacee verdi, infondo, sono troppe. Ma si sposti, stia attenta all'extracomunitario di colore che la sta per urtare col carrello: è così pieno che non vede dove sta andando e se la urta le potrebbe scalfire il visone... naturale, pelo folto, non è vero?".
Scappo disperato al reparto biscotti, e mi imbatto in un "beh, quasi quasi mi compro sei pacchi di frollini del porcile azzurro. Legga qui: privi di lattosio, glucosio, ambrosio, destrosio, sinistrosio, simposio e Niccolò Carosio; adatti per chi soffre di stipsi, pepsi, frizzi e lazzi. C'è in omaggio anche la foto di Craxi. Che ne dice lei?". Non mi capacito che quel signore, avvolto e sigillato nel suo loden, chieda proprio a me un parere su una decisione così vitale per lui. Mi faccio forza e dico: "Quaxi, quaxi...".
Comincio a sudare, proprio quando mi avvicino al reparto surgelati, dove, quasi aspettasse il mio arrivo, una vecchia bretone con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù, quasi mi salta negli occhi con un "E' dolce ma magro, è squisito e non farlocco. Che cos'è?". E io "Certo, non son sciocco, se affermo, deciso, ch'è il suo nuovo conogelato al cocco, della nota marca 'quel che natura crea io non tocco' ". La vecchia bretone, entusiasta della mia pronta risposta, è colta da delirio di felicità e lancia con forza in alto il suo ombrello che ricadendo a punta in giù va a conficcarsi proprio dentro un passeggino spinto distrattamente da una signora truccatissima taccododici, più intenta a conversare con la promoter del nuovo rossetto Labbrad'or.
Io mi sento in trappola. Da una cella frigorifera estraggo a sorte una scatolina di basilico tritato surgelato e cerco di fuggire verso la cassa, che è a circa venti metri da me, ma dopo due metri mi spiaccico contro la fila di gente che aspetta di saldare il conto della spesa.
Diciotto metri di fila o spaghetti al pomodoro senza basilico? Ecchecazz... piuttosto il digiuno.
Meglio il nulla al tutto. Soprattutto se il tutto è nulla.”
 
Marco Bertelli