giovedì 19 novembre 2020

Rapsodia di ricordi - 1^ parte

 


Il Sommo Poeta ci illumina:
 
E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa il tuo dottore." 
Inferno V - (121/123)
 
Visti i tempi assurdi che stiamo attraversando, nessuna citazione meglio di questa può descrivere a fondo lo scoramento generale che li caratterizza. 
Eppure, anche se attaccati come siamo al momento attuale proviamo una certa sofferenza, calarsi nel ricordo (che in questo caso non deve essere necessariamente troppo indietro nel tempo) è una tentazione quasi irresistibile. 
La rabbia che sentiamo quando pensiamo a qualche mese fa, quando potevamo disporre di tutte le “libertà” che eravamo convinti di possedere, cozza violentemente contro la dolcezza del ricordo di un caffè o un aperitivo preso al bar in compagnia di amici. 
Il risultato di tale scontro può avere esiti, in linea di massima, devastanti o costruttivi: in pratica, o ci lasciamo devastare dalla rabbia, con pessime ripercussioni sulla psiche e quindi sulla salute, oppure possiamo riflettere, mettere in discussione il tipo di approccio che abbiamo con la realtà, e in definitiva entrare in contatto con noi stessi, allo scopo di conoscerci meglio; il succo dell'introspezione, insomma, per quanto si possa trattare di una introspezione superficiale. 
Cercando proprio di perseguire questo umile scopo, ho provato a ripercorrere all'indietro le mie riflessioni, quelle che avevo scritto non moltissimo tempo fa sul mio “profilo social”. Ciò che, in linea di massima, mi è balzato all'occhio è il paradosso. 
E', in effetti, l'atteggiamento mentale, l'approccio psicologico che, stranamente, è tale quale a quello che domina lo stato attuale. 
Parlo per me, certo, ma credo di non essere l'unico a constatare che così come oggi non riusciamo a tollerare la situazione che stiamo vivendo, allo stesso modo, solo pochi anni fa e non certo in un'altra epoca, eravamo intolleranti verso cose, fatti, persone e situazioni che vivevamo allora. 
L'unica differenza è che il disagio di oggi è molto più amplificato rispetto ad allora; ed è per questo che ci sentiamo quasi spinti oltre i nostri limiti di sopportazione; ma se fossimo sinceri con noi stessi, dovremmo ammettere che il disagio di oggi non è altro che il “raccolto”, il frutto della semina fatta su quel terreno fertile che era il disagio di ieri. 
Forse, chissà, esaminandoci meglio, dovremmo considerare altre “sementi” per i futuri raccolti, ma questa è solo una mia considerazione personale, ovviamente. 
Ma iniziamo la rapsodia dei ricordi. Circa tre anni fa, i media (i quotidiani in primis) lanciavano le loro campagne di sdegno contro le numerose violenze carnali che avevano deciso di mettere in prima pagina. Non che le violenze carnali (crimine tra i più infami) mancassero alle cronache di allora (di ogni tempo, ahimè, si dovrebbe dire), è solo che, evidentemente, avevano deciso di usarle come strumento catartico con lo scopo di diffondere il loro “oro nero”: l'odio. 
Questo, di seguito, il mio “ricordo” di tre anni fa: 

“Vagavo nel nulla, cercando il tutto. Addirittura l'agognavo mentre, seduto ad un tavolo del dehors di un bar di industriata provincia, di mattina presto, in una stagione che dovrebbe essere l'autunno, sorseggiavo un caffè. 

La caratteristica del posto è che chi lo abita non desidera stare tranquillo, e se la giornata è appena iniziata, il canto del gallo che dovrebbe essere l'inno alla natura del posto, è soffocato dalle voci alte ed agitate di chi scartabella i quotidiani freschi di stampa che col loro fruscio fanno il coro col tintinnio delle tazzine percosse dai cucchiaini che, invano, mescolano lo zucchero nel caffè.
Non può mai essere dolce il caffè di chi legge il giornale la mattina da queste parti; non se le notizie sono tali da far travasare la bile a chi le legge; non se chi le legge non ha sufficiente memoria da ricordare che tali notizie sono il ricapitolarsi di fatti che sono sempre successi. Così il lettore crede che le violenze carnali, di cui i giornali celebrano il revival in questo periodo, siano un male recentissimo importato da paesi "sottosviluppati", e si indigna, quasi compiaciuto di aver riconosciuto l'origine e gli autori delle schifose malefatte. Un'indignazione che sentono come necessaria, e che ogni mattina viene celebrata allo stesso modo, o per questo o per altro scempio raccontato dai magici fogli di carta che, imperterriti, continuano i loro duetti con tazzine e cucchiaini, e che raccontano "tutto e nulla"; basta crederci.
E' così che tanto livore e rabbia salgono come nebbia e si confondono con la nebbia degli scarichi delle auto che già cominciano a rumoreggiare per le strade, facendo tossire persino i galli che, ahimè, debbon tacere.
Assisto a tutto questo tra il divertito e l'attonito, e mi basta chiudere per un istante gli occhi per vedermi altrove; magari a Paris, in cima alla scalinata di Montmartre, in una fredda e uggiosa sera invernale, da dove ammiro una metropoli del tutto indifferente persino a sè stessa: alle spalle la famosa basilica, poco sotto l'arcana giostra con cavalli bianchi, ormai inoperosa, e più sotto la vita notturna Parigina, col suo artistico brulicare di personaggi multicolori; e una musica che sale con la bruma. 
Un pallido e beffardo jazz, senza tempo nè luogo.
Da tutto a nulla non c'è distanza, non c'è sforzo.
Solo un battito di palpebre.” 

Marco Bertelli 




mercoledì 11 novembre 2020

Acquarello di Novembre

 

 


In mezzo alla pianura,
una vaga foschia
cancella il disegno di remoti monti.
E la Terra sembra più enorme:
pare gonfiare il ventre
in uno sbadiglio;
batte le sue palpebre, mentre dalle narici
esala dolce fumo di sterpaglie brucianti:
il suo perpetuo aroma, ancestrale, inebriante.
Un Sole morente
dipinge con forza colori tenui,
sopra una tela di nuvole:
la sua Promessa di Resurrezione.
Mentre io cammino su questa Terra,
osservo il suo passo,
e guardo il mio respiro.

Marco Bertelli

 



martedì 3 novembre 2020

The Big Boss Groove



Tutti invitati stasera, anzi stanotte, all'appuntamento più "in" dell'anno.
Il Gran Gala a stelle e strisce che assegnerà il titolo di "Padrone del Mondo" al vincitore.
In lizza i due campioni di razza (e sappiamo tutti che razza di...) leader dei due opposti schieramenti "dem" e "rep".
Il primo, lo sfidante, è un gagliardissimo omino fatto tutto di plastica, erede di una lunghissima dinastia di presidenti che dal 1964 al 2016 ha dominato... ma che dico l'America, ma che dico le due Americhe, ma che dico il mondo, ma addirittura il cosmo; nell'ordine si sono avvicendati: Lyndon Johnson, Richard Nixon, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush Sr., George Clinton, George "Dabliù" Bush jr. e Barack Obama. L'omino promette che sarà bravissimo come loro, che sono tutti buoni e bravi, che amano la pace e non fanno mai la guerra, a meno che non serva alla (loro) democrazia
Il secondo, detentore del titolo, omino di plastica anche lui, ma più corpulento e col ciuffone rosso, inventore del nuovo filone "il mondo è un reality show" non è erede di nessuno, ma tanti (e tante, soprattutto) si azzufferanno per la sua eredità costruita con scrupolo per anni e anni di fiction su fiction.
Durante i quattro anni del suo mandato, a parte propagare odio nel paese che dice di voler far tornare grande, non ha combinato un emerito cxxxo, ma in compenso ha inventato lo show "guarda anche tu cosa ti combina il deep state", di cui è non solo autore e regista, ma anche protagonista (anche se gli piace mascherarsi e farsi chiamare qanon).
Solo per questo colpo di genio, a cui hanno creduto parecchi individui in tutto il mondo, egli parte da favorito, infatti i sondaggi lo danno in svantaggio, come quattro anni fa quando vinse.
Siore e siori, non potete mancare; sarà uno spettacolo incredibile, che in questi tempi di noia è proprio quello che ci vuole; le opposte tifoserie sono già schierate e nella spasimante attesa si lanciano strali e dardi come non si era mai visto in passato; mentre qualche fan di qanon incita tutti a sgranare rosari perchè si confermi il vincitore di quattro anni fa (affinchè l'odio non solo razziale trionfi e si propaghi ulteriormente), dalla curva dei tifosi opposta, la stampa "perbene" e perbenista, all'unisono, non fa che incitare il pubblico a suon di: cattivo, maleducato e persino "negazionista" il detentore del titolo, il nostro omino di plastica, invece, è buono e bello.
Venite, tutti voi che pensate che domani con un nuovo presidente USA(to) il mondo sarà migliore, voi che pensate che quella di stanotte sia la sfida finale tra "il bene e il male", l'importante è che crediate che chi vince cambierà le cose che vi hanno insegnato ad odiare; e non importa se il vostro beniamino perderà o vincerà, tanto si replica tra quattro anni, come alle olimpiadi.
 
Marco Bertelli 

lunedì 12 ottobre 2020

ZEN

 

Tratta dal libro “101 storie Zen”, ecco una storia Zen:

 Non si può rubare la luna.“Ryokan, un maestro Zen, viveva in modo molto semplice in una piccola capanna ai piedi di una montagna. Una sera un ladro entrò nella sua capanna, solo per scoprire che non c'era nulla da rubare. Al suo ritorno, Ryokan lo colse sul fatto. <E' probabile che tu sia venuto da lontano per farmi visita>, disse all'intruso, <e non dovresti andare via a mani vuote. Ti prego, come dono accetta i miei vestiti>. Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e scappò via. 
Ryokan sedette nudo ad osservare la luna. <pover'uomo>, pensò, <avrei voluto potergli dare questa splendida luna>.”
Fine della storia Zen.
Nella prefazione dello stesso libro, curata da Nyogen Sanzaki e Paul Reps, si legge: “Lo Zen ha molti significati, nessuno dei quali completamente definibile. Se sono definiti, non sono Zen.”
 
Dire che si può imparare qualche cosa di “preciso” in una storia Zen, dunque, è impossibile.Tutti i significati che ciascuno di noi può trarre da una qualsiasi storia Zen, è al contempo vero e falso, giusto e sbagliato. 
Alla faccia della nostra intelligenza di uomini e donne che vivono nella società odierna, la più evoluta e “scientifica” che mai si sia vista da che mondo è mondo!!! Come si permettono questi orientali di venirci a dire che noi occidentali non possiamo realmente comprendere qualsiasi significato di qualsiasi insegnamento, per antico o distante che sia? Noi occidentali, che già da millenni dalle Sacre Scritture abbiamo interpretato le più intricate allegorie, secondo questi orientali non saremmo in grado di risolvere i loro infantili enigmi: ma scherziamo???? Anche prendendo la storiella che è fedelmente trascritta all'incipit, per esempio, risulta di una facilità disarmante svelarne le allegorie.E' chiaro che il personaggio del maestro Zen altri non è che l'italiano medio, mentre il personaggio del ladro è l'allegoria dell'uomo politico che entra e riduce il pover'uomo in mutande. La morale è chiarissima, quindi: l'italiano medio è sempre sottomesso al politico ladro che lo vessa e lo riduce in povertà. Il derelitto, con quell'indomito spirito ironico che contraddistingue l'italico sentire, peraltro rintracciabile in qualsiasi spettacolo di varietà televisivo, o più frequentemente nei post dei social network, si rammarica di non potergli dare anche la luna.
Sì, beh... in effetti qualcosa non torna in questa interpretazione: s'è mai visto un politico “sbalordito” per aver sottratto qualcosa? No, in effetti... forse c'è un significato più preciso nelle allegorie. Forse il ladro, quando entra nella casa sa benissimo che non c'è nulla da rubare, quindi non entra per prendersi qualcosa di “materiale”. Infatti è noto che oggi il governo non fa altro che portarci via le nostre libertà fondamentali. Ma... allora come mai l'italiano medio gli concede volentieri quello che cerca, dandogli di buon grado persino i vestiti (forse in cambio di una mascherina)?
L'italiano medio è davvero così sottomesso (o scemo, secondo molti)? E poi, cosa c'entra la luna?
Mi sa che, per le allegorie devo partire da una storia Zen più semplice, non di quelle del libro di cui sopra; ad esempio, quella che ho sentito per caso in una trasmissione televisiva di "stand-up comedy", raccontata da una simpatica ragazza orientale:

Storia Zen (senza titolo):

“C'era una volta, un villaggio abitato da brave persone. Tutti erano brave persone, tranne uno, che era cattivo. Un giorno, il cattivo morì.” 
Fine della storia Zen.
E anche della nostra, “occidentale” capacità di capire. 😃

 

Marco Bertelli










giovedì 8 ottobre 2020

Poesia un po' etica


 

“L'etimologia della parola poesia è da ricollegare al latino pŏēsis dal greco ποίησις, derivato a sua volta da ποιέω = produrre, fare, creare ed, in senso più ampio, comporre. Andando ancora più indietro, si risale alla radice sanscrita pu- che ha appunto il significato di generare, procreare. La poesia è, in altri termini il frutto della creazione artistica che raggiunge vette tanto sublimi quanto riesce a trasfigurare il dolore, la sofferenza, le tragedie in bellezza estetica ed etica.”

Dal sito Etimoitaliano.it


Quando fu assassinato Pier Paolo Pasolini, ormai 45 anni fa, il grande Scrittore Alberto Moravia dichiarò, affranto, durante la sua orazione funebre: “Prima di tutto, abbiamo perso un Poeta, e di Poeti non ce ne sono tanti nel mondo: ne nascono 3 o 4 soltanto in un secolo”.

Sarebbe fin troppo ovvio riconoscere in queste parole la pura verità, se associamo la figura del Poeta a chi le proprie creazioni le imprime sulla carta. Ma credo proprio che questo, oggi, non possiamo proprio più farlo, visto che, stando al ragionamento del celebre scrittore, da quella sua famosa orazione funebre, di Poeti direi che se ne sono visti sempre meno.
Ma la Poesia, quella vera, quella descritta dalla definizione etimologica di cui sopra, non è morta, né può scomparire.
Quindi, dov'è la Poesia oggi, in un mondo senza più Poeti? A questo pensavo mentre mi trovavo nel mezzo della “grande” città nei pressi della quale abito, e subito mi sono proposto di cercarla: non sono sicuro di averla veramente trovata , quindi non prendetemi molto sul serio, vi conviene. Però, ai miei occhi, un certa qual Poesia si è mostrata.

Ho visto la Poesia nei riflessi del Sole dell'umido mattino autunnale, che illuminavano portici di pietre antiche; ho visto quei raggi correre felici, indisturbati dal traffico frenetico sull'asfalto, andandosi a posare, illuminandolo, sul sorriso di un accattone; quasi sentisse, nel tintinnare di poche monete, musiche da una vita futura.

Credo fosse Poesia, anche se il suo poeta forse non lo sa, il furioso ansimare di un corpulento signore che rincorreva uno strapieno veicolo pubblico: quando il lungo autobus, comprensivo, si è arrestato e ha spalancato a lui le capienti viscere, non ho potuto intuire quanto sollievo ci fosse in quel viso nascosto da un decreto, né il sole si è preoccupato di svelarlo, limitandosi a posare solo un piccolo raggio sulla fronte spaziosa, illuminando fuggevolmente piccolissime poetiche gocce di sudore.

E' un bell'ardire scorgere Poesia quando un fedele, seduto in completa solitudine su una panca in una cattedrale vede avvicinarsi (ma non troppo) una suora, munita di credenziali vaticane, che gli spiega che in principio sì, era il Verbo, ma oggi, in ossequio alla Grande Madre Scienza, una strana divinità ha deciso che il Verbo va coperto, pena l'esclusione da quella “casa”, che ora, evidentemente, appartiene a un dio sottomesso.

In effetti, è molto più Poetico il sorriso, illuminato dal sole, di quel fedele, che trova in quella costrizione un consiglio per poter trovare il Divino altrove, dove non si tenta di sottometterlo.

Però, anche nella scienza moderna c'è senza dubbio molta Poesia: ce ne si accorge vedendo come si accaniscono l'uno contro l'altro due sostenitori di opposte correnti di pensiero: facili, di questi tempi, trovarli in qualsiasi civile consesso.

Il primo sostiene che la verità è nell'anidride carbonica, che va respirata a pieni polmoni, aiutandosi in questo da provvidenziali apparati, di recente introduzione nel commercio, che impediscono che ciò che l'organismo umano scarta tramite l'espirazione venga disperso nell'ambiente, ma proprio grazie a questo manufatto, detto “mascherina”, venga invece reintrodotto nell'organismo: la scienza farmaceutica, secondo questa corrente di pensiero, non può difettare di altruismo. 
Per contro, l'altro, contraddice tale tesi, sostenendo che, al contrario, la verità sta nell'aria che si respira nell'ambiente, e che tali “mascherine” sono dannose perchè impediscono all'ossigeno di fluire nell'organismo, e si sa, l'ossigeno di oggi, pieno all'inverosimile delle polveri sottili delle città moderne è un toccasana per la nostra sacra salute.
Entrambi questi avversari sono talmente sicuri e fieri delle proprie idee e delle proprie certezze che arrivano ad odiare talmente i loro rispettivi oppositori, da passare le proprie giornate a trovare motivi per danneggiare l'altro, al punto di desiderarne l'annientamento totale. 
Ne ho visti due, per strada, accapigliarsi solo a parole, in rispetto alle distanze stabilite per decreto: questo provocava in loro un senso di impotenza, di odio sempre crescente: li ho visti cadere a terra, l'uno per aver respirato troppe polveri sottili, l'altro per aver smesso del tutto di respirare. E' stato davvero Poetico vederli cadere a terra e rimbalzare, come palloni da basket: palleggiati da giocatori senza maschera e senza volto, e scaraventati infine a canestro.
 
Poeti, forse, non ne stanno nascendo più, come sosteneva Moravia, ma quanta Poesia c'è intorno a noi. Specialmente dove non si sospetta che ci sia.


Marco Bertelli 


P.S.: quanta Poesia nella Musica



venerdì 16 ottobre 2015

Come in basso, così in alto

In Bassa Italia c'è Il Molise, regione con un basso reddito pro capite e a basso tasso di sviluppo; economicamente parlando, s'intende.
Una parte del territorio molisano, quello rivolto a sud, è detto “Basso Molise”, che potremmo definire, giusto per non andare fuori tema, a bassa densità di popolazione.
Il paesaggio è caratterizzato da colline la cui altezza, se paragonata ai monti del Matese che si scorgono in lontananza, è decisamente bassa.
E' basso anche il tasso di umidità di una mattina di ottobre, piena di quel sole che, a viva forza, scaccia le basse nubi che, tenebrose, hanno imperversato nei giorni precedenti e ti riscalda.
Un Sole che, inaspettato, dalla sua lontananza autunnale sembra stia cadendo per quanto è basso.
Un'illusione ottica, certo; ma anche una specie di messaggio subliminale, una sorta di consiglio occulto a calarsi nel paesaggio, a diventare parte di esso, a farsi, come lui, basso.
Certo, è ovvio: più ti fai “basso” e più vedi tutto “alto”, è una legge di Natura cui è facile obbedire immergendosi in questo paesaggio intrecciato di colline sinuose, piene di ulivi gonfi di oro verde (così viene giustamente chiamato il prodotto di quelle olive), di vigneti che hanno appena donato il loro generoso succo, di campi di grano, ora vuoti del loro pane, che stemperano di biondo il verde intenso che avvolge questo “basso” panorama.
Michele e Gina, che vivono da sempre nel Basso Molise, mi portano con loro alla scoperta di questi luoghi che oggi, grazie anche a quel basso Sole, sembrano quasi musei a cielo aperto, vere e proprie gallerie d'arte naturali. Arrivando alle porte di Casacalenda, moderno nome dell'antico borgo di Kalena, quella che era solo una sensazione diventa una inaspettata realtà: sorge nel bel mezzo degli alberi che precedono il paese un'imponente statua chiamata “l'Uomo di Pietra”. Espressione di Arte Moderna, in realtà l'Uomo di Pietra non ha un volto definito da lineamenti precisi, essendo strutturato da sottili scaglie di pietra, tutte disposte in parallelo rispetto al suolo su cui poggia, tiene le braccia aderenti al corpo e le gambe divaricate. Pare ben piantato a terra, ma pare anche che voglia darsi una spinta verso l'alto, per elevarsi: vuole “stare basso”, o vuole proiettarsi verso l'alto? La sua statura è imponente, anche se forse è solo una mia impressione, dal momento che qui, per forza di cose, mi sono “fatto basso”. L'arte, del resto, serve proprio a questo: a confondere la percezione ordinaria dei sensi, a spingerti a considerare punti di vista diversi, a imbrogliare la realtà scontata e ovvia, per trovarne un'altra più profonda e magari più autentica.
L'Uomo di Pietra, pur nella sua grande stazza, non è che una piccola anticipazione di quanto l'antico borgo di Kalena offre all'ignaro e basso visitatore, quale io sono.
Addentrandomi per il paese, che come i numerosi altri centri dell'eufemisticamente “Basso” Molise è pregno di Storia e tradizioni, mi è facile notare come spuntino in più luoghi quelle che al mio occhio inesperto sembrano anomale modifiche architettoniche, ma che in realtà, come mi spiegano gli amici che mi accompagnano, sono installazioni di opere d'arte contemporanea (che verrò poi a sapere essere in tutto diciotto) sparse per tutto il borgo, che ben si presta a trasformarsi in una vera e propria galleria d'arte a cielo aperto, dove l'antico e il moderno si fondono mirabilmente.
Casacalenda è un luogo dove le arti di tempi e di culture diverse si sovrappongono e si piacciono: il medievale si accoppia col contemporaneo e genera una bellezza fuori dal tempo.
Più che un luogo, Kalena è un'idea; un esperimento, evidentemente ben riuscito, covato per anni e poi realizzato da chi ora riveste la carica di Sindaco.
Michele Giambarba, questo è il nome del Primo Cittadino di Casacalenda, si è sempre occupato di promuovere la Cultura e l'Arte; prima come assessore e poi come Sindaco. E' alle prese con le sue ordinarie faccende amministrative quando ci vede entrare nei locali del Palazzo municipale. Siamo lì come semplici visitatori, ma quando vede il mio amico e suo omonimo Michele, col quale ha continui scambi professionali, si offre di farci da guida, portandoci a visitare quella che potrei definire la sede amministrativa più sorprendente che sia dato vedere. Tutti i locali del palazzo, che è antico ma di recente ristrutturazione, come le vie di Kalena sono cosparsi di Opere d'Arte Contemporanea. Sono tutte Opere donate da Artisti Italiani e stranieri che hanno avuto qui modo, in passato, di poter far conoscere la propria Arte, grazie alle iniziative che Michele Giambarba ha promosso negli anni. Ora, il municipio di Casacalenda raccoglie i frutti del proprio mecenatismo trasformandosi esso stesso in Museo d'Arte Contemporanea, a quanto pare di non “basso profilo”, se è vero che anche grazie a queste iniziative ora Casacalenda può sviluppare nuove attività di promozione del territorio e della Cultura locale. Non ultimo una rassegna cinematografica cui partecipano personaggi di spicco del mondo del cinema (uno tra tutti Nanni Moretti).
Mentre visito i locali del Municipio/Museo, ascolto Michele Giambarba che ci parla delle sue attuali e future iniziative culturali con una passione che in un qualsiasi uomo politico (specie se di “alto profilo”) è praticamente impossibile riscontrare. Non sta cercando di venderci qualcosa, non è neppure possibile che cerchi di accaparrarsi il nostro voto alle prossime elezioni, visto che nessuno di noi è iscritto alle liste elettorali di Kalena. E' solo un uomo pieno di Passione per l'Arte e di Amore per la propria Terra: la sua sfida era quella di fare delle due “l'uno”, e ci sta riuscendo.
Non dimentichiamo, però, che qui siamo in Bassa Italia, e per la precisione nel Basso Molise, e forse io mi son fatto troppo “basso”, al punto che Michele Giambarba mi sembra enorme come L'Uomo di Pietra che ci ha accolti alle porte di Kalena.
Non è realisticamente pensabile che un Sindaco così possa essere da modello per gli “alti” politici nazionali. Bassa Italia, Basso Molise, basso numero di elettori, basse problematiche, bassa cassa di risonanza, basso impatto a livello nazionale: più basso di così...
Ovvio, la politica ”alta” ha esigenze ben più “alte” rispetto a quelle di un borgo di 2.500 anime come Kalena: “alti” progetti, “alti” interessi, “alti” obbiettivi. Ad “alti” livelli certe passioni devono stare “basse”, altrimenti sarebbe un disastro.
Hai visto mai che anche la gente venisse contagiata da quelle “basse” passioni?
Magari va a finire che la gente sta meglio e diventa quasi felice: e non sia mai, come faresti poi a controllarla? Sarebbe di sicuro la fine dell'alta politica.
No, tutto ciò non è realistico. Anche se vedendo tutta quell'altezza artistica facilmente si possono confondere i concetti di “alto” e “basso”, di “reale” e “irreale”.
E' una confusione salutare, però. Dalla quale affiora la certezza che in quest'epoca è più facile trovare “l'Alto” dove non lo cercheresti mai: nel “Basso”.

Marco Bertelli

martedì 27 gennaio 2015

Il senso della Memoria


La memoria è una cosa fantastica. Saperla usare è ciò che può renderci migliori o, quanto meno, farci vivere meglio. E' una facoltà che noi umani potremmo usare consapevolmente, a differenza di alcuni animali, che la usano istintivamente; oggi, camminando nel mio quartiere, ho visto un gatto che si nascondeva da un cane che passeggiava per di lì con padrone al seguito. Li avevo già visti litigare fra loro (cane e gatto, intendo) senza che nessuno riuscisse a sopraffare l'altro, ma oggi il micio ha ritenuto più saggio acquattarsi sotto un'auto parcheggiata, per evitare altre risse.
Noi umani non siamo così. Abbiamo metodi assai più raffinati per servirci della memoria.
Oggi, per esempio, l'uso della memoria è istituzionalmente impegnato nel ricordo di una delle più disarmanti vergogne che ha segnato l'esistenza del genere umano: il folle tentativo di sterminio, in parte purtroppo riuscito, perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei durante il secondo conflitto mondiale.
Allo scopo di non farci dimenticare l'orrore del male che si insinua e devasta l'anima collettiva, oggi le istituzioni ci mostrano immagini raccapriccianti di corpi orrendamente segnati dalla fame, ammassati in fila all'ingresso di stabilimenti all'interno dei quali verranno trasformati in cenere; ci snocciolano cifre di famiglie distrutte, di età spezzate, di storie mai scritte, di vite alle quali è stato impedito di vivere. Tutto questo per farci inorridire (… e ci mancherebbe altro) e per farci gridare tutti all'unisono: “Mai più!!! Mai più Olocausto, mai più campi di sterminio, mai più ingiustizia, mai più razzismo, mai più guerre e mai più odio!!!”. Grida nelle quali tutti (a parte costruttori d'armi e leaders fanatico/religiosi di ogni sorta, che comunque in teoria dovrebbero ancora essere in larga minoranza) si riconoscono, ovviamente.
Riconoscersi in queste grida, però, non basta. Non sono serviti a molto, evidentemente, settant'anni di “giorni della memoria”, se non sono cessate guerre, stragi, attentati e neppure olocausti; cambiano carnefici e vittime, cambiano i modi, i pretesti, forse, ma gli eventi tragici non sono certo estinti.
Del resto, noi umani non siamo come i gatti: a loro basta evitare di avere a che fare con i cani, basta nascondersi sotto una macchina parcheggiata. Basta eliminare dal possibile futuro la causa di uno sconveniente passato; per loro è semplicissimo, per noi umani, invece, è molto più complicato.
Certo, in qualcosa sbagliamo se è vero che, insistendo nel non dimenticare, ripetiamo continuamente gli stessi sbagli, lamentandocene, per giunta.
Forse dovremmo trovare un nuovo senso nella memoria, forse non la interpretiamo nel giusto senso, e qualcosa ci sfugge.
Eppure, rivedendo quelle immagini che oggi ricorrono con straziante frequenza, qualcosa che, forse, abbiamo dimenticato di notare c'è. Non è nei volti pieni di angoscia, o nei corpi privi di vita ammassati in fosse comuni, non è nemmeno negli sguardi pieni d'odio degli aguzzini nazisti, peraltro anch'essi privi di vita (e di dignità, quantunque ostentata).
Forse dovremmo stare più attenti agli scenari. Notare, per esempio, come erano costruiti i lager, padiglioni squadrati, senza spunti architettonici di rilievo, nulla che possa far pensare al minimo scatto di fantasia in chi li ha concepiti. Le recinzioni che le circondano: invalicabili, apparentemente invincibili.
E quel cancello, forse l'unico particolare che lasci pensare ad uno scatto d'arte di chi l'ha concepito. Tant'è vero che qualcuno ha pensato bene di “onorarlo” con una scritta: “Il lavoro fa liberi” (tradotto).
Chi entrava in un lager non aveva scelta, ne era costretto. Passava per quel cancello leggendo quella scritta, e forse non capiva. Le cose gli erano chiare, forse, poco prima di entrare nella camera a gas.
Fino ad oggi ci hanno detto che il senso nel quale deve essere interpretata la memoria è questo: le vittime entrano nella direzione della scritta “arbeit macht frei”, e noi abbiamo sempre seguito quella direzione.
A me piacerebbe percorrerla nel senso opposto, dove si legge “frei macht arbeit”: “libertà fa lavoro”. A pensarci bene, sarebbe un bel modo di onorare la memoria di quegli ebrei innocenti.
Sono stati uccisi poco dopo aver letto quella scritta che, forse, dava loro un minimo di speranza.
Noi abbiamo creduto, fino ad oggi, che quella scritta dovesse essere tenuta così com'era, ma loro, che sono stati sacrificati in nome di una causa folle, poco prima di entrare nelle stanze dove li avrebbero uccisi, hanno potuto girarsi e leggere quella scritta per il verso “giusto”.
Non hanno permesso loro di tornare indietro a dircelo.
E' per questo che abbiamo ancora bisogno di riflettere sulla memoria, e ancora non sappiamo cosa voglia dire essere liberi.


Marco Bertelli