lunedì 28 luglio 2014

LO SPECCHIO CONVESSO - di Franco Galvani seconda ed ultima parte







(Prosegue dalla prima parte)

Con gli insegnanti la situazione era migliore tranne che con la professoressa di matematica Donatella Zanara e quello di educazione fisica Vittorio Dallacqua.
Zanara era una zitella prossima alla pensione, dico zitella perché incarnava tutte le caratteristiche che si attribuiscono al termine: magra, alta, mento e naso prominenti, vestita come mia mamma quando era ragazza e un odio sviscerato verso gli uomini, quegli uomini che non l’avevano mai amata, forse per una sua incapacità o forse perché non aveva mai incontrato quello giusto se mai fosse esistito.
La parola single indica qualcosa di diverso, si è single per scelta o perché la vita ha portato a esserlo comunque, una persona single si crea un’esistenza che poi difficilmente riesce a condividere con qualcuno e spesso non la vuole cambiare. Essere zitella è una costrizione.
Non capivo niente di matematica e le interrogazioni erano un supplizio come pure le verifiche. Zanara mi chiamava “signor pastasciutta”, una cosa impensabile oggi; se un insegnante usasse un linguaggio del genere rischierebbe quantomeno l’allontanamento, ma erano altri tempi. I miei ne erano dispiaciuti ma potevano fare poco, vivevo in un ambiente dove la parola e il giudizio di un insegnante non andava contraddetto e forse nemmeno capivano, sì perché un bambino non è mai grasso agli occhi di certe mamme, nel peggiore dei casi è robusto, un eufemismo che non sopporto ancora adesso, poi bisogna mettere in conto la soddisfazione nel vedere un figlio che mangia per dei genitori che appartengono a una generazione che ha conosciuto la fame.
Verso la fine della seconda media, al termine di una brutta interrogazione Zanara mi disse:
“ Signor pastasciutta, farò in modo che ti boccino, ma se ciò non dovesse succedere ti lascerò nel tuo brodo”.
Fu il primo sentito, sincero e liberatorio vaffanculo che mormorai sottovoce tornando al mio posto.
Su un muro nel cortile della scuola c’era scritto: Dallacqua fascista, non fui io a scriverlo, non ne sarei stato capace, tantomeno sarei arrivato a pensare una frase del genere, però la condividevo in pieno. Non so se quell’insegnante di educazione fisica fosse un atleta fallito o un militare radiato per qualche strano motivo, di sicuro ricordo le sue urla che rimbombavano nella palestra. Era un uomo basso, dall’aspetto tozzo e calvo e forse chi fece quella scritta pensò anche alla sua mascella prominente oltre che ai suoi metodi. In palestra riuscivo più a meno a essere all’altezza degli altri se si trattava di fare una corsa di resistenza o certi giochi di squadra, andava peggio con la corsa di velocità ma il mio incubo era la pertica. Tutti riuscivano a salire lungo quell’odiato tubo rosso, arrivavano in cima, toccavano la staffa che lo teneva ancorato alla parete e poi lentamente scendevano, ci riuscivano tutti tranne me.
Dopo qualche penoso tentativo rinunciavo; allora Dallacqua allungava un braccio verso di me e tuonava:
“ Non riesci ad alzarti nemmeno di un palmo ! ”
Non ebbe mai la sensibilità di evitarmi questo esercizio e in quei momenti, assieme all’umiliazione che provavo nell’abbracciare la pertica senza riuscire ad arrampicarmi davanti a tutta la classe, incominciava a nascere in me il pensiero che di sicuro doveva esistere qualcosa in cui ero migliore di loro e dovevo fottermene, si fottermene dei loro commenti e delle loro risate perché “ non dare importanza “ era un termine troppo lieve per descrivere il mio stato d’animo e un giorno saranno stati loro a invidiare me.
Fui bocciato e ripetei l’anno in un'altra scuola. Le cose stavano cambiando, non solo perché finii le medie con un distinto che sorprese e riempì d’orgoglio buona parte della famiglia, ma soprattutto perché mia nonna, durante l’estate che precedette la prima superiore, si stancò di vedermi così grosso e indolente.
Un giorno, senza nemmeno chiedermi un parere, mi mise a dieta; fu una dieta faticosa, presa forse da qualche rivista e prevedeva solo petti di pollo, fagiolini, mele e tanta acqua. Quella che è chiamata l’età dello sviluppo mi aiutò e cominciai le superiori che ero un’altra persona.
Non sono stati anni belli quelli della mia pre adolescenza, però in tante cose recuperai, ad esempio alle superiori vinsi il confronto con la pertica, nelle partite di pallone il calcio d’inizio lo decideva la monetina e i rapporti con gli altri migliorarono notevolmente. Di sicuro quegli anni difficili mi insegnarono molte cose.
Una persona che è stata grassa non si vedrà mai magra, anche quando avrà perso metà dei chili, nemmeno quando potrà indossare subito un abito nuovo senza portarlo tutte le volte in sartoria per qualche modifica, nemmeno quando qualcuno gli dirà:
” Sai che stai proprio bene, come hai fatto ? Devo mettermi a dieta anch’io “
L’ex grasso lo guarderà e penserà che se un tempo fosse stato come lui non avrebbe mai fatto nulla per cambiare il suo aspetto.
Una persona che è stata grassa, quando si mette davanti allo specchio, continua a vedersi grassa, ha di se un’immagine distorta, come se si trovasse davanti ad uno specchio convesso, una deformazione che è dentro di se e lo accompagnerà per sempre.

Franco Galvani

domenica 27 luglio 2014

LO SPECCHIO CONVESSO - di Franco Galvani prima parte


Una persona grassa lo sarà per sempre, continuerà a vedersi e sentirsi grassa anche dopo diete estenuanti, dopo centinaia di ore trascorse in palestra ed anche quando avrà perso metà dei suoi chili non si sentirà mai magra, con un fisico normale come quelli che ha invidiato per anni.
Una persona grassa è quella che abbassando lo sguardo vede due colline: il petto e oltre, ancora più evidente, il ventre, due colline che non gli consentono altra visuale, per guardare la fibbia della cintura e la punta dei piedi dovrà mettersi davanti allo specchio, quello specchio che lo accompagnerà per sempre come uno spietato antagonista di tutta una vita.
Una persona grassa sentirà rivolgersi sempre le stesse battute:
“ Ciao, hai messo su l’airbag? “
Oppure
“ Hei, si fa prima a saltarti che girarti intorno “.
Da adulto è possibile farsi una ragione di questo stato di cose, alcuni si creano una personalità legata al proprio fisico, riescono ed essere esteticamente interessanti e piacevoli ma solo i più forti ci riescono, gli altri, quelli che non ce la fanno fingono di non dare importanza alla cosa ma dentro di se continuano a invidiare coloro che per il loro fisico sembrano disinvolti in qualsiasi occasione, non soffiano come mantici facendo le scale o percorrendo una salita e non si coprono di sudore al minimo sforzo.
Una persona grassa è sempre sudata e ingombrante in ogni situazione perché si muove e agisce per quello che è.
Per lui vestirsi non è facile, vorrebbe essere come i magri che stanno bene con qualsiasi cosa indossino, dall’abito da cerimonia ai jeans strappati e una maglietta consunta, un grasso finisce sempre col vestirsi da grasso.
Le chiamano taglie forti, forse perché le cuciture devono sopportare tensioni maggiori di quelle degli abiti di taglia normale.
Un grasso si veste come un grasso, indossa vestiti sempre un po’ stretti come se questo lo facesse apparire migliore, la cintura dei pantaloni affonda nei fianchi evidenziando una specie di salvagente che cinge il corpo, i bottoni della camicia possono saltare via come proiettili solo con un respiro più profondo mentre la giacca riproduce impietosa le fattezze che ricopre. Durante l’inverno si sente tranquillo, come se maglione e piumino nascondessero ciò che è ma l’estate, quando deve mettersi a nudo, è una tortura. Deforma una maglietta già larga prima di indossarla perché sia ancora meno aderente, poi ci sono i pantaloncini che lo fanno stare fresco ma dai quali escono due gambe che camminando strisciano tra loro e a sera sono rosse e irritate nella parte interna come se fossero state su una graticola.
Un adulto spesso si rassegna, la sua costituzione è questa, lo è sempre stata e sempre lo sarà oppure in gioventù ha avuto anche un fisico atletico poi nel corso degli anni per pigrizia o stile di vita è cambiato e gli va bene così.
Essere grasso da piccoli come lo sono stato io è tutta un’altra cosa.
Incominciai a prendere peso intorno ai sei anni, all’inizio non diedi importanza a questa cosa, arrivai alla quinta elementare senza sentirmi diverso dagli altri, avevo una compagnia di amici con i quali mi ero inserito abbastanza bene, forse perché eravamo un gruppo parrocchiale e il prete predicava l’accoglienza o forse perché avevo trovato degli amici comprensivi, però rimanevo sempre in seconda fila, non sono mai stato un leader per una questione di carattere certo ma l’aspetto non mi aiutò. Nei giochi in cui bisognava correre spesso mi escludevo e nelle partite a calcio io ero il “ campo e palla “ ovvero la scelta della parte di terreno di gioco da dove cominciare la partita e la concessione del calcio d’inizio, una specie di benefit concesso alla squadra con un elemento non molto capace.
Verso i tredici anni incominciai a guardare le ragazze in modo diverso, non erano più soltanto compagne di giochi, i primi baci in qualche angolo o camminare tenendosi per mano erano cose impensabili per me, in certi momenti mi sentivo invisibile così capii che dovevo darmi una mano di vernice bella evidente e c’erano due metodi per farlo: diventare simpatico facendo ridere senza sembrare troppo un buffone oppure diventare intelligente parlando di problemi esistenziali con aria tenebrosa. Queste tecniche non sono la soluzione del problema, però aiutano.
Gli amici si scelgono, i compagni di classe no e trovarsi con una ventina di persone sconosciute non è facile per nessuno. A scuola, nei primi due anni delle medie non ero particolarmente brillante, le prese in giro per i brutti voti andavano ad aggiungersi a quelle per l’aspetto fisico, non riuscivo a entrare nei gruppi che si formavano all’interno della classe. Quando alcuni compagni si vedevano nel pomeriggio dopo la scuola non m’invitavano mai come pure alle feste di compleanno.
Un giorno parlando di questo con Nando, il fratello maggiore di un mio amico egli mi disse:
“ Picchia per primo e picchia forte “.
“ Ma non sono capace “ risposi
“ Tu picchia per primo e picchia forte “.
Qualche giorno dopo durante la ricreazione qualcuno fece una battuta, mi avvicinai a lui e con una spinta lo feci cadere a terra con una facilità che mi parve impossibile. Non ero particolarmente forte ma la mia massa fu sufficiente ad allontanare uno che pesava forse la metà di me. Stessa sorte toccò ad altri due che intervennero per difenderlo. Da quel giorno le battute su di me diminuirono notevolmente e pure il loro tono cambiò. Per quanto ricordo fu l’unica volta che usai la forza a scuola.

(continua)

Franco Galvani

giovedì 24 luglio 2014

Genova per me




                            

Un gomitolo inestricabile di viuzze che sembrano piovute giù da chissà dove.
O forse arrivate lì di corsa, come tanti bambini che si scapicollano giù da una salita, facendo a gara a chi arriva prima davanti al Mare; e sfiniti e confusi tirano il fiato e si volgono indietro, stretti l'uno accanto all'altro, ansimanti.
E guardano di nuovo su, in alto, increduli della strada lunga e ripida che hanno appena corso.
Viuzze buie e luccicanti di cuori che palpitano in tante lingue diverse, ma allo stesso ritmo regolare, inesorabile.
Viuzze tanto strette da desiderare di risalire per poi allargarsi, e dilatarsi, e diventare grandi e alte; e diventano piazze, viali, fontane, giardini: sembra vogliano riprendere fiato.
E sempre accatastate, ansimanti, raggomitolate e impenetrabili, salgono la cima dei monti e guardano di nuovo in giù, da dove erano partite, e tirano un po' il fiato.
Genova è un gomitolo di vie che si muovono su e giù, come la maestosa marea che li aspetta imperterrita ai suoi piedi, e come le pendici dei monti che, genitori apprensivi, guardano e sorvegliano con infinito Amore i figli che corrono nell'inesplicabile, ridendo di sè, urlando, litigando, facendo Pace:
in questa maestosa trappola di Libertà che tutti sanno essere "Superba".


Marco Bertelli

 

mercoledì 19 febbraio 2014

Don't play that song (you lied)

Oggi, a Roma, nei palazzi della politica, si sono incontrati un uomo di spettacolo ed un politico rottamatore. Noi italiani andiamo pazzi per le sfide, i duelli all'ultimo sangue, i confronti dialettici, specie se a questi diamo il nome (di pura fantasia, ovviamente) di “dibattito politico”. Non è che siano davvero importanti: sappiamo da decenni che quello che viene detto durante questi “scontri” non avrà la minima influenza sui destini nostri e della nazione. Il fatto è che i bar, gli uffici, le fabbriche, i posti dove la gente si trova, insomma, diventerebbero insopportabilmente noiosi se non ci fossero le discussioni che nascono da avvenimenti come quelli che abbiamo visto oggi: spettacoli “dal vivo”, inopinatamente gratuiti, durante i quali il trasformare l'inutile in essenziale, arte nella quale noi italiani non abbiamo rivali nell'universo, raggiunge l'apice.
Tra “uomo di spettacolo” e “politico rottamatore” corre una differenza minima, per non dire nulla. Entrambi possiedono una notevole capacità recitativa; a distinguerli, semmai, c'è il fatto che mentre l'uomo di spettacolo adotta sempre la stessa tecnica che ha imparato negli anni, praticando questo nobile mestiere, il politico rottamatore deve necessariamente essere capace di cambiare tecnica all'occorrenza, a seconda, cioè, del tipo di elettore col quale intende comunicare, e a seconda degli sbalzi di umore dei sondaggi di opinione, che dettano e spesso mutano il copione da recitare.
Il copione di oggi, per ottenere il successo, doveva essere parecchio originale: si trattava di mettere in scena uno spettacolo degno del migliore teatro d'avanguardia, difficilissimo da capire per un pubblico abituato a show tipo Festival di Sanremo, ma è stato comunque di alto livello.
Uomo di spettacolo e politico rottamatore, dopo essersi brevemente scambiati i convenevoli di rito, sono passati agli insulti reciproci con la disinvoltura tipica del teatro che fonde il “surreale” col “vero”, come nell'irruzione Pirandelliana dei “sei personaggi in cerca d'autore”, trasformandola, in questo caso, nei dei “due politici in cerca di elettore” (Maestro, ovunque tu sia, abbi pietà di me che non trovo un paragone meno blasfemo...).
La “mirabile” pièce di teatro d'avanguardia è proseguita sull'onda degli insulti per pochi minuti, poi, a sublimare il non-sense (tipico di questo genere teatrale), l'esibizione si è spostata in sala stampa, dove i due contendenti, in collaborazione con i giornalisti, per l'occasione nel ruolo di “spalla”, hanno deciso a quali domande dovevano rispondere, dimostrando di saper anche rifiutare di rispondere a domande sgradite.
La recita si è quindi conclusa: l'Italia, come previsto, avrà un “uomo di spettacolo” come prossimo Presidente del Consiglio, mentre il “politico rottamatore” se ne torna a casa sua, a Genova.
Dicono che il Festival di Sanremo stia perdendo consensi. In effetti è uno spettacolo abbastanza monotono anche secondo me. Ci vorrebbe, per farlo piacere di nuovo, quello che i francesi chiamano “un coup de thèatre”: magari l'irruzione Pirandelliana di un “politico rottamatore” e un “uomo di spettacolo”, che assieme, sul palco, al culmine della serata, si esibiscono nel loro duetto preferito: “Don't play that song (you lied)”.


Marco Bertelli

lunedì 17 febbraio 2014

Campo de' Fiori


Avrei preferito camminare qui da uomo libero, senza queste due ali di folla urlante e questa compagnia di frati “decollati”, penitenti di una colpa che io non conosco.
Mi domando chi sia oggi il condannato: io (libero da ogni insegnamento), che mi appresto a salire sulla pira pronta a divampare, o loro, quelli che mi scortano, recitando salmi senza conoscerne il significato (come è stato loro insegnato), e quelli che mi sputano addosso, perchè (così è stato loro insegnato) l'Eretico solo di questo è degno.
La risposta si confonde tra gli insulti e le orazioni che mi percuotono le orecchie con uguale vigore, senza nemmeno scalfirle.
Campo de' Fiori è un luogo senza tempo, in mezzo ad una città eterna.
Qui è normale che il corpo di un “Eretico”, ridotto dalle fiamme in cenere, riacquisti le sue sembianze in bronzo, modellato dalla Memoria travestita da artista. Chi mi ha condannato sembra ignorare questo; o forse finge di ignorarlo, preso com'è dalla smania di mantenere quel potere che solo la paura può difendere, e colui che si lascia guidare dalla paura è destinato, prima o poi, a farsi sopraffare dalla paura stessa, è solo questione di tempo.
Ma tempo e paura appartengono all'illusione dei “vivi”, io mi appresto a diventare eterno, cioè senza tempo. Dopo aver vissuto in un corpo impregnato di Eroico Furore, dopo aver lottato per affermare la mia Verità, dopo aver amato a mio modo il mondo, dopo aver lasciato il segno, torno ad essere l'Anima, immune da giudizi e condanne.
Campo de' Fiori mi accoglie nel suo fuoco, ma non mi brucia. Quello che arde è solo quel corpo che i condannati alla paura vedono ardere, ma non sono io. Io resto scritto, io resto letto, io resto vivo. Chi mi ha voluto qui, oggi, a Campo de' Fiori, arde nelle prigioni dello sfarzo, in palazzi fondati sulla paura, pronti a diventare cenere, e non c'è alcuna ingiustizia in tutto ciò.
Questa piazza senza tempo in mezzo ad una città eterna, oggi è un rogo; ma quel che oggi è cenere, a primavera sboccerà.
E' per questo che si chiama Campo de' Fiori.

A Giordano Bruno.


Marco Bertelli

martedì 14 gennaio 2014

(Dolce) Stil Novo


Avevo dormito troppo, o bevuto troppo poca acqua, chissà.
A creder tutto ciò grave fatica, ben so, mi si farà.
Però quel giorno, grasso di carnevale,
tutto mi sembrava fuor che invernale.

Non sol l'umani, ma anche Natura s'era travestita,
tal che il cònsono inverno parea estate smarrita;
ornata, sì com'era, del Sol i raggi e a fior agghindata,
dall'emisfer di Rio me la credei emigrata

fin qua giù per ammirar tenzone,
come s'usa, delle maschere al veglione,
ove scherzar è d'uopo, e far di sé gran mostra
assai è caro a chi fa rotar giostra

su cui salir di troppi è l'ambizione,
per cui al disìo valga consolazione
pe'l popol, che i soli pochi eletti,
da lui sien designati e non a lui dispetti.

Qui al popolo convien democrazia,
non certo sommission pacata e ria
e se a tenzon di maschera tu non puoi gareggiare
il giusto eletto tuo con fida speme potrai tifare.

Così, l'abiti più sgargianti fur cuciti
per quei ch'eran di tasca i più forniti,
visi posticci a posticci visi sovrapposti
che qual dei due non so, piacean nascosti

Però tutti di gran lusso s'atteggiavano
fin anco colà ove in favella marcivano
anzi, un di lor di questo fece gran dileggio
a quei ch'azzardavan meglio al peggio

“A carneval, si sa, vince lo scherzo
chi serio si fa, al massimo vien terzo
quindi il primato non lo si può negare
a chi lo mal parlar vuol sventolare”

E il popol tutto rise di gran cuore
e tal maschera coprì di grande onore.
Avea ei sì ben colto lo spirto della festa
che il dì seguente non prese ceneri in testa,

ed ei, cui la maschera non fu tolta,
di essa s'invaghì e della gente molta,
che non si diede pensier alcun di scontentare,
tenendo sua favella ben volgare.

Chi sa maneggiar folle lo sa e vanta
del suo conoscer ben la folla tanta,
che viene lusingata e mai si desta
quando lusinghe nel sogno suo fanno festa.

Così, senza considerar tributo che pagar deve
a sua mercè stessa, la folla mangia e beve
dal piatto e calice che gli vien porto
non discernendo mai se a ragion o a torto,

chè ha avuto ciò che vuole
nuovo cibo, non parole,
quelle non son nutrimento
ma illusorio stordimento.

Carneval or è tutto l'anno
senza frode senz'inganno,
qual sia la maschera che tiene
quel poter che va e che viene.


Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”
Dante – Inferno XXVI


Marco Bertelli







mercoledì 20 novembre 2013

Le Miroir (Lo specchio) - 6^ episodio: Rivelazioni

 (riprende dal 5^ episodio)

Non capita di frequente dover scendere delle scale nella completa oscurità. Prima d'ora, avrei pensato fosse normale farlo per raggiungere qualche vecchia cantina, per cercare qualcosa di antico, caduto nel dimenticatoio. Un ricordo d'infanzia, qualcosa che era appartenuto agli avi della famiglia, e che ora, chissà perchè, aveva catturato la curiosità e aveva acceso improvvisamente la voglia di andarlo a riscoprire, in mezzo a tante altre cose dimenticate. La situazione nella quale mi trovo è decisamente diversa da quella che può essere paragonata ad una discesa in cantina, eppure la sensazione che mi accompagna è proprio quella della curiosità di andare a riscoprire qualcosa di antico e prezioso che avevo dimenticato, per riprenderne il possesso.
Il rumore dei passi che scendono gli scalini sono l'unico legame con la realtà che la mia mente riesce a percepire. Il resto è paradossale. Mentre scendo, anziché avvertire più gravità, sento rarefarsi l'aria, proprio come mentre si sale di quota verso la cima di una montagna, e tutto mi sembra più leggero. Mentre la sensazione di curiosità che mi pervade mi invita ad una discesa più veloce, i miei passi rallentano.
Mentre la mente è in evidente affanno, perdendo via via ogni appiglio con ciò che considera reale, da una parte di me più nascosta, arriva l'impulso di continuare in questa irreale discesa nel profondo. La mia bellissima guida mi precede, e questo mi basta.
Non ho idea di quanto tempo sia trascorso da che ho cominciato a scendere questi scalini, ma il tempo è un problema che riguarda solo la parte razionale di me, che sento sempre più distaccata.
Una luce blu, soffusa, appare all'improvviso: si materializza una stanza, un ambiente nuovo mi avvolge. Al centro si trova un tavolo da riunioni, tondo, con due poltrone, una opposta all'altra. Le pareti che irradiano la luce blu che ora appare molto più acceso, sembrano di cristallo e circondano tutta la stanza, anch'essa tonda. La cosa che mi colpisce, è che non riesco a scorgere il soffitto, che sembra fatto di sola luce. Una luce bianca che, stranamente, non si riflette né si mescola col blu intenso che avvolge e colora l'ambiente, dando un suggestivo senso di infinità allo spazio in cui mi trovo, che potrebbe definirsi una stanza a cielo aperto.
La mia guida mi invita ad accomodarmi su una delle poltrone. Mi siedo, mentre lei rimane in piedi di fronte a me.
Io, che ormai ho perso la mente fatta di realtà, trasportato da non capisco quale forza in un luogo meravigliosamente irreale, non riesco più nemmeno a porre le domande che, in questo frangente, sarebbero le più ovvie: “Dove siamo? Perchè siamo qui? Cosa succede ora?”.
Lei, che sembra conoscere esattamente tutto quello che si muove nella mia mente persino a mia insaputa, risponde a ciò che non riesco a chiedere:
“Siamo ovunque, e in nessun posto. So che ti sembrerà irrazionale, magari fantascientifico, ma questo è il luogo che ti sei costruito tu, dentro te stesso, e che hai voluto rendere reale nel momento in cui hai deciso di intraprendere questo tuo viaggio per trovare qualcosa che credevi di aver smarrito: quella che tu chiami la rotta. Questo luogo esiste solo perchè la parte più profonda di te aveva la necessità di creare all'esterno ciò che la tua mente non riusciva a percepire al suo interno. Ti trovi dentro di te, e questa non è altro che la meta del tuo viaggio. La tua razionalità, il tuo intelletto, la tua mente insomma, non erano capaci di crearlo mentre stavi seduto al bar di provincia, quando hai sentito il desiderio di partire da là. Così hai creduto di dover viaggiare, o salpare se preferisci, visitare città, osservare posti e persone, vivere situazioni normali e paradossali, provare sensazioni piacevoli e spiacevoli; ma tutto quello che hai vissuto durante questi giorni altro non era che il progressivo compiersi del tuo vero intento, ovvero trovare fuori da te stesso qualcosa che è in te stesso. Materializzare questo luogo era un tuo desiderio nascosto che la tua mente non sapeva decifrare e tradurre in realtà, perciò sono serviti paradossi, sorprese, anomalie della realtà per realizzarlo”.
Mentre quella bellissima creatura mi parla, mi rendo conto che accettare come vere quelle cose, che sino a poco prima avrei interpretato come assurde, è assai meno faticoso che bere un bicchier d'acqua quando la sete ti ha arso la gola. E' come se da dentro emergesse una parte di me nuova, sconosciuta, che non vede nulla di paradossale; si rivela con forza alla mia mente, che ne viene invasa e annullata.
Mi è perfettamente chiaro che la realtà che mi si para davanti in questo momento è esattamente come un film di cui io sono il protagonista, lo sceneggiatore e il regista: sino a poco prima ero troppo impegnato a recitare la mia parte e non me ne rendevo conto. Questa nuova rivelazione che si fa strada sempre più dentro di me, non tarda a dar conferma di se' e a manifestarsi anche alla mia vista: le pareti della stanza che irradiavano la luce blu, improvvisamente, cominciano a proiettare immagini, sembrano proprio scene di un film. Sono immagini, scene che già conosco. Sto assistendo alla proiezione della mia vita. Mi vedo recitare tutti i ruoli che ho interpretato da che ho posseduto questo corpo: l'infanzia, la scuola, il lavoro; la famiglia, gli amici, gli affetti; le gioie, i dolori; i successi e il “naufragio”, che mi ha condotto qui, seduto su una poltrona che, se la guardassi bene, mi accorgerei che reca sullo schienale la scritta “regista”. Come cineasta, non posso che constatare la perfetta qualità del film: è tutto perfetto, dalla sceneggiatura agli interpreti.
Mi compiaccio di vedere come tutta la storia, la mia, non abbia nulla che non vada: non ci sono scene da correggere, cattive recitazioni da “rigirare”. Prima, quando credevo di essere solo “attore”, pensavo che molte cose non fossero al loro posto: scenografie indesiderate, attori non all'altezza del loro ruolo. Tante cose da rivedere, da cambiare. Ma non può essere l'attore a decidere la storia: sono lo sceneggiatore ed il regista che stabiliscono ambientazione, dinamiche della storia, copione da recitare, co-protagonisti, interpreti secondari, caratteristi e comparse. Ora che so di ricoprire anche queste mansioni, me ne rendo conto.
Le immagini che scorrono sulle pareti della stanza stanno mostrando le ultime scene della storia, sono arrivate al momento presente, quando mi vedo qui, seduto su questa poltrona in una stanza blu a cielo aperto. Ora le pareti tornano ad irradiare la luce blu, ma oltre a quella, come uno specchio proiettano anche la mia immagine, che è la sola cosa che vedo attorno a me. La mia bellissima guida, che mi ha condotto qui, si è improvvisamente dissolta nel nulla, ma continuo a sentire la sua presenza, e la sua voce: “Questo è Le Miroir: lo specchio di quello che sei. Ora hai conosciuto la parte profonda di te, quella che fa accadere le cose e che ti aspettava qui, e cioè ovunque e in nessun posto”. Dopo una pausa, riprende: “Ora, caro naufrago, quella parte di te si materializzerà e si verrà a sedere di fronte a te: la conoscerai di persona e vi parlerete, io ora vi lascio”.
So che forse non la sentirò più, forse non la vedrò più, ma ho la certezza di non averla persa.
Ora mi avvolge il Silenzio, l'immagine di me stesso, proiettata di fronte a me, lentamente si dissolve, mentre sale l'intensità dell'emozione di conoscere chi si siederà al mio cospetto.

 (fine sesto episodio)

Marco Bertelli