mercoledì 19 febbraio 2014

Don't play that song (you lied)

Oggi, a Roma, nei palazzi della politica, si sono incontrati un uomo di spettacolo ed un politico rottamatore. Noi italiani andiamo pazzi per le sfide, i duelli all'ultimo sangue, i confronti dialettici, specie se a questi diamo il nome (di pura fantasia, ovviamente) di “dibattito politico”. Non è che siano davvero importanti: sappiamo da decenni che quello che viene detto durante questi “scontri” non avrà la minima influenza sui destini nostri e della nazione. Il fatto è che i bar, gli uffici, le fabbriche, i posti dove la gente si trova, insomma, diventerebbero insopportabilmente noiosi se non ci fossero le discussioni che nascono da avvenimenti come quelli che abbiamo visto oggi: spettacoli “dal vivo”, inopinatamente gratuiti, durante i quali il trasformare l'inutile in essenziale, arte nella quale noi italiani non abbiamo rivali nell'universo, raggiunge l'apice.
Tra “uomo di spettacolo” e “politico rottamatore” corre una differenza minima, per non dire nulla. Entrambi possiedono una notevole capacità recitativa; a distinguerli, semmai, c'è il fatto che mentre l'uomo di spettacolo adotta sempre la stessa tecnica che ha imparato negli anni, praticando questo nobile mestiere, il politico rottamatore deve necessariamente essere capace di cambiare tecnica all'occorrenza, a seconda, cioè, del tipo di elettore col quale intende comunicare, e a seconda degli sbalzi di umore dei sondaggi di opinione, che dettano e spesso mutano il copione da recitare.
Il copione di oggi, per ottenere il successo, doveva essere parecchio originale: si trattava di mettere in scena uno spettacolo degno del migliore teatro d'avanguardia, difficilissimo da capire per un pubblico abituato a show tipo Festival di Sanremo, ma è stato comunque di alto livello.
Uomo di spettacolo e politico rottamatore, dopo essersi brevemente scambiati i convenevoli di rito, sono passati agli insulti reciproci con la disinvoltura tipica del teatro che fonde il “surreale” col “vero”, come nell'irruzione Pirandelliana dei “sei personaggi in cerca d'autore”, trasformandola, in questo caso, nei dei “due politici in cerca di elettore” (Maestro, ovunque tu sia, abbi pietà di me che non trovo un paragone meno blasfemo...).
La “mirabile” pièce di teatro d'avanguardia è proseguita sull'onda degli insulti per pochi minuti, poi, a sublimare il non-sense (tipico di questo genere teatrale), l'esibizione si è spostata in sala stampa, dove i due contendenti, in collaborazione con i giornalisti, per l'occasione nel ruolo di “spalla”, hanno deciso a quali domande dovevano rispondere, dimostrando di saper anche rifiutare di rispondere a domande sgradite.
La recita si è quindi conclusa: l'Italia, come previsto, avrà un “uomo di spettacolo” come prossimo Presidente del Consiglio, mentre il “politico rottamatore” se ne torna a casa sua, a Genova.
Dicono che il Festival di Sanremo stia perdendo consensi. In effetti è uno spettacolo abbastanza monotono anche secondo me. Ci vorrebbe, per farlo piacere di nuovo, quello che i francesi chiamano “un coup de thèatre”: magari l'irruzione Pirandelliana di un “politico rottamatore” e un “uomo di spettacolo”, che assieme, sul palco, al culmine della serata, si esibiscono nel loro duetto preferito: “Don't play that song (you lied)”.


Marco Bertelli

lunedì 17 febbraio 2014

Campo de' Fiori


Avrei preferito camminare qui da uomo libero, senza queste due ali di folla urlante e questa compagnia di frati “decollati”, penitenti di una colpa che io non conosco.
Mi domando chi sia oggi il condannato: io (libero da ogni insegnamento), che mi appresto a salire sulla pira pronta a divampare, o loro, quelli che mi scortano, recitando salmi senza conoscerne il significato (come è stato loro insegnato), e quelli che mi sputano addosso, perchè (così è stato loro insegnato) l'Eretico solo di questo è degno.
La risposta si confonde tra gli insulti e le orazioni che mi percuotono le orecchie con uguale vigore, senza nemmeno scalfirle.
Campo de' Fiori è un luogo senza tempo, in mezzo ad una città eterna.
Qui è normale che il corpo di un “Eretico”, ridotto dalle fiamme in cenere, riacquisti le sue sembianze in bronzo, modellato dalla Memoria travestita da artista. Chi mi ha condannato sembra ignorare questo; o forse finge di ignorarlo, preso com'è dalla smania di mantenere quel potere che solo la paura può difendere, e colui che si lascia guidare dalla paura è destinato, prima o poi, a farsi sopraffare dalla paura stessa, è solo questione di tempo.
Ma tempo e paura appartengono all'illusione dei “vivi”, io mi appresto a diventare eterno, cioè senza tempo. Dopo aver vissuto in un corpo impregnato di Eroico Furore, dopo aver lottato per affermare la mia Verità, dopo aver amato a mio modo il mondo, dopo aver lasciato il segno, torno ad essere l'Anima, immune da giudizi e condanne.
Campo de' Fiori mi accoglie nel suo fuoco, ma non mi brucia. Quello che arde è solo quel corpo che i condannati alla paura vedono ardere, ma non sono io. Io resto scritto, io resto letto, io resto vivo. Chi mi ha voluto qui, oggi, a Campo de' Fiori, arde nelle prigioni dello sfarzo, in palazzi fondati sulla paura, pronti a diventare cenere, e non c'è alcuna ingiustizia in tutto ciò.
Questa piazza senza tempo in mezzo ad una città eterna, oggi è un rogo; ma quel che oggi è cenere, a primavera sboccerà.
E' per questo che si chiama Campo de' Fiori.

A Giordano Bruno.


Marco Bertelli

martedì 14 gennaio 2014

(Dolce) Stil Novo


Avevo dormito troppo, o bevuto troppo poca acqua, chissà.
A creder tutto ciò grave fatica, ben so, mi si farà.
Però quel giorno, grasso di carnevale,
tutto mi sembrava fuor che invernale.

Non sol l'umani, ma anche Natura s'era travestita,
tal che il cònsono inverno parea estate smarrita;
ornata, sì com'era, del Sol i raggi e a fior agghindata,
dall'emisfer di Rio me la credei emigrata

fin qua giù per ammirar tenzone,
come s'usa, delle maschere al veglione,
ove scherzar è d'uopo, e far di sé gran mostra
assai è caro a chi fa rotar giostra

su cui salir di troppi è l'ambizione,
per cui al disìo valga consolazione
pe'l popol, che i soli pochi eletti,
da lui sien designati e non a lui dispetti.

Qui al popolo convien democrazia,
non certo sommission pacata e ria
e se a tenzon di maschera tu non puoi gareggiare
il giusto eletto tuo con fida speme potrai tifare.

Così, l'abiti più sgargianti fur cuciti
per quei ch'eran di tasca i più forniti,
visi posticci a posticci visi sovrapposti
che qual dei due non so, piacean nascosti

Però tutti di gran lusso s'atteggiavano
fin anco colà ove in favella marcivano
anzi, un di lor di questo fece gran dileggio
a quei ch'azzardavan meglio al peggio

“A carneval, si sa, vince lo scherzo
chi serio si fa, al massimo vien terzo
quindi il primato non lo si può negare
a chi lo mal parlar vuol sventolare”

E il popol tutto rise di gran cuore
e tal maschera coprì di grande onore.
Avea ei sì ben colto lo spirto della festa
che il dì seguente non prese ceneri in testa,

ed ei, cui la maschera non fu tolta,
di essa s'invaghì e della gente molta,
che non si diede pensier alcun di scontentare,
tenendo sua favella ben volgare.

Chi sa maneggiar folle lo sa e vanta
del suo conoscer ben la folla tanta,
che viene lusingata e mai si desta
quando lusinghe nel sogno suo fanno festa.

Così, senza considerar tributo che pagar deve
a sua mercè stessa, la folla mangia e beve
dal piatto e calice che gli vien porto
non discernendo mai se a ragion o a torto,

chè ha avuto ciò che vuole
nuovo cibo, non parole,
quelle non son nutrimento
ma illusorio stordimento.

Carneval or è tutto l'anno
senza frode senz'inganno,
qual sia la maschera che tiene
quel poter che va e che viene.


Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”
Dante – Inferno XXVI


Marco Bertelli







mercoledì 20 novembre 2013

Le Miroir (Lo specchio) - 6^ episodio: Rivelazioni

 (riprende dal 5^ episodio)

Non capita di frequente dover scendere delle scale nella completa oscurità. Prima d'ora, avrei pensato fosse normale farlo per raggiungere qualche vecchia cantina, per cercare qualcosa di antico, caduto nel dimenticatoio. Un ricordo d'infanzia, qualcosa che era appartenuto agli avi della famiglia, e che ora, chissà perchè, aveva catturato la curiosità e aveva acceso improvvisamente la voglia di andarlo a riscoprire, in mezzo a tante altre cose dimenticate. La situazione nella quale mi trovo è decisamente diversa da quella che può essere paragonata ad una discesa in cantina, eppure la sensazione che mi accompagna è proprio quella della curiosità di andare a riscoprire qualcosa di antico e prezioso che avevo dimenticato, per riprenderne il possesso.
Il rumore dei passi che scendono gli scalini sono l'unico legame con la realtà che la mia mente riesce a percepire. Il resto è paradossale. Mentre scendo, anziché avvertire più gravità, sento rarefarsi l'aria, proprio come mentre si sale di quota verso la cima di una montagna, e tutto mi sembra più leggero. Mentre la sensazione di curiosità che mi pervade mi invita ad una discesa più veloce, i miei passi rallentano.
Mentre la mente è in evidente affanno, perdendo via via ogni appiglio con ciò che considera reale, da una parte di me più nascosta, arriva l'impulso di continuare in questa irreale discesa nel profondo. La mia bellissima guida mi precede, e questo mi basta.
Non ho idea di quanto tempo sia trascorso da che ho cominciato a scendere questi scalini, ma il tempo è un problema che riguarda solo la parte razionale di me, che sento sempre più distaccata.
Una luce blu, soffusa, appare all'improvviso: si materializza una stanza, un ambiente nuovo mi avvolge. Al centro si trova un tavolo da riunioni, tondo, con due poltrone, una opposta all'altra. Le pareti che irradiano la luce blu che ora appare molto più acceso, sembrano di cristallo e circondano tutta la stanza, anch'essa tonda. La cosa che mi colpisce, è che non riesco a scorgere il soffitto, che sembra fatto di sola luce. Una luce bianca che, stranamente, non si riflette né si mescola col blu intenso che avvolge e colora l'ambiente, dando un suggestivo senso di infinità allo spazio in cui mi trovo, che potrebbe definirsi una stanza a cielo aperto.
La mia guida mi invita ad accomodarmi su una delle poltrone. Mi siedo, mentre lei rimane in piedi di fronte a me.
Io, che ormai ho perso la mente fatta di realtà, trasportato da non capisco quale forza in un luogo meravigliosamente irreale, non riesco più nemmeno a porre le domande che, in questo frangente, sarebbero le più ovvie: “Dove siamo? Perchè siamo qui? Cosa succede ora?”.
Lei, che sembra conoscere esattamente tutto quello che si muove nella mia mente persino a mia insaputa, risponde a ciò che non riesco a chiedere:
“Siamo ovunque, e in nessun posto. So che ti sembrerà irrazionale, magari fantascientifico, ma questo è il luogo che ti sei costruito tu, dentro te stesso, e che hai voluto rendere reale nel momento in cui hai deciso di intraprendere questo tuo viaggio per trovare qualcosa che credevi di aver smarrito: quella che tu chiami la rotta. Questo luogo esiste solo perchè la parte più profonda di te aveva la necessità di creare all'esterno ciò che la tua mente non riusciva a percepire al suo interno. Ti trovi dentro di te, e questa non è altro che la meta del tuo viaggio. La tua razionalità, il tuo intelletto, la tua mente insomma, non erano capaci di crearlo mentre stavi seduto al bar di provincia, quando hai sentito il desiderio di partire da là. Così hai creduto di dover viaggiare, o salpare se preferisci, visitare città, osservare posti e persone, vivere situazioni normali e paradossali, provare sensazioni piacevoli e spiacevoli; ma tutto quello che hai vissuto durante questi giorni altro non era che il progressivo compiersi del tuo vero intento, ovvero trovare fuori da te stesso qualcosa che è in te stesso. Materializzare questo luogo era un tuo desiderio nascosto che la tua mente non sapeva decifrare e tradurre in realtà, perciò sono serviti paradossi, sorprese, anomalie della realtà per realizzarlo”.
Mentre quella bellissima creatura mi parla, mi rendo conto che accettare come vere quelle cose, che sino a poco prima avrei interpretato come assurde, è assai meno faticoso che bere un bicchier d'acqua quando la sete ti ha arso la gola. E' come se da dentro emergesse una parte di me nuova, sconosciuta, che non vede nulla di paradossale; si rivela con forza alla mia mente, che ne viene invasa e annullata.
Mi è perfettamente chiaro che la realtà che mi si para davanti in questo momento è esattamente come un film di cui io sono il protagonista, lo sceneggiatore e il regista: sino a poco prima ero troppo impegnato a recitare la mia parte e non me ne rendevo conto. Questa nuova rivelazione che si fa strada sempre più dentro di me, non tarda a dar conferma di se' e a manifestarsi anche alla mia vista: le pareti della stanza che irradiavano la luce blu, improvvisamente, cominciano a proiettare immagini, sembrano proprio scene di un film. Sono immagini, scene che già conosco. Sto assistendo alla proiezione della mia vita. Mi vedo recitare tutti i ruoli che ho interpretato da che ho posseduto questo corpo: l'infanzia, la scuola, il lavoro; la famiglia, gli amici, gli affetti; le gioie, i dolori; i successi e il “naufragio”, che mi ha condotto qui, seduto su una poltrona che, se la guardassi bene, mi accorgerei che reca sullo schienale la scritta “regista”. Come cineasta, non posso che constatare la perfetta qualità del film: è tutto perfetto, dalla sceneggiatura agli interpreti.
Mi compiaccio di vedere come tutta la storia, la mia, non abbia nulla che non vada: non ci sono scene da correggere, cattive recitazioni da “rigirare”. Prima, quando credevo di essere solo “attore”, pensavo che molte cose non fossero al loro posto: scenografie indesiderate, attori non all'altezza del loro ruolo. Tante cose da rivedere, da cambiare. Ma non può essere l'attore a decidere la storia: sono lo sceneggiatore ed il regista che stabiliscono ambientazione, dinamiche della storia, copione da recitare, co-protagonisti, interpreti secondari, caratteristi e comparse. Ora che so di ricoprire anche queste mansioni, me ne rendo conto.
Le immagini che scorrono sulle pareti della stanza stanno mostrando le ultime scene della storia, sono arrivate al momento presente, quando mi vedo qui, seduto su questa poltrona in una stanza blu a cielo aperto. Ora le pareti tornano ad irradiare la luce blu, ma oltre a quella, come uno specchio proiettano anche la mia immagine, che è la sola cosa che vedo attorno a me. La mia bellissima guida, che mi ha condotto qui, si è improvvisamente dissolta nel nulla, ma continuo a sentire la sua presenza, e la sua voce: “Questo è Le Miroir: lo specchio di quello che sei. Ora hai conosciuto la parte profonda di te, quella che fa accadere le cose e che ti aspettava qui, e cioè ovunque e in nessun posto”. Dopo una pausa, riprende: “Ora, caro naufrago, quella parte di te si materializzerà e si verrà a sedere di fronte a te: la conoscerai di persona e vi parlerete, io ora vi lascio”.
So che forse non la sentirò più, forse non la vedrò più, ma ho la certezza di non averla persa.
Ora mi avvolge il Silenzio, l'immagine di me stesso, proiettata di fronte a me, lentamente si dissolve, mentre sale l'intensità dell'emozione di conoscere chi si siederà al mio cospetto.

 (fine sesto episodio)

Marco Bertelli

venerdì 12 luglio 2013

Falene e Farfalle - 2^ e ultima parte

continua dalla prima parte

Una notte di inizio estate era fuori ad attenderlo, e lui, senza pensare a come l'avrebbe trascorsa, le corse incontro. La sua automobile lo accolse entusiasta, conscia del fatto che, quella notte, l'itinerario sarebbe stato ben diverso dal solito, diurno, nervoso sfrecciare su tangenziali trafficate e brusco frenare davanti a semafori di umore mutevole, tiranni del traffico cittadino. Sul sedile a fianco giaceva un cd, gentile omaggio di Vanessa, segretaria alla reception della sua azienda. Lei era l'unica che pareva non stupirsi dei suoi discorsi sulle falene, gli aveva dato il cd quella sera stessa, prima di uscire dall'ufficio, con la raccomandazione di ascoltarselo di notte, mentre guidava. Lui pensava che era strano che Vanessa, con la quale non aveva un rapporto granchè confidenziale, avesse quasi indovinato i suoi programmi per la serata, ma di stranezze era intrisa tutta la sua vita nelle ultime settimane, quindi non diede troppo peso all'episodio. Fu veloce, l'automobile, a scrollarsi di dosso le angherie del traffico metropolitano di un inizio week-end monotono e già stanco, e in breve tempo si era lasciata dietro di sé le luci della città, rese fioche dalla nebbia di falene che nottetempo si infittiva, formando quasi una cappa, che si aggiungeva a quella già esistente, fatta di fumi industriali e nevrosi umane. Così, improvvisamente, lui si accorse che la Notte, quella vera, aveva ben altre luci, e che il Buio era pieno di colori intriganti. La sbarra del casello dell'autostrada si era appena alzata, aprendo il sipario sull'asfalto notturno, il cd di Vanessa aveva appena iniziato a girare, lui cominciò a respirare sul serio, profondamente, abbandonando il "pensare" e abbandonandosi alla Vita. La musica cominciò ad invadere l'aria: un preludio di tastiere elettroniche, con sottofondo di acqua che scorre calma, una voce femminile dolcissima, quasi diafana, intonava una melodia struggente. Poi, quasi dal niente, il ritmo crescente di percussioni, e ancora suoni melodiosi di tastiere elettroniche che andavano a sovrapporsi al tutto. Il ritmo diveniva sempre più selvaggio e i suoni campionati disegnavano florilegi nell'aria. La luce della Luna piena, fortissima, sembrava riflettere oltre i raggi del Sole dal lato opposto del cosmo, anche i suoni celestiali della sua auto, amplificandoli, per la gioia di tutte le stelle che trapuntavano come diamanti tutto l'arazzo della volta celeste. Lui fu preso da una strana estasi. Aveva la netta sensazione che non fosse più la sua vettura a scorrere veloce sull'asfalto, ma questo a scorrere sotto le sue quattro ruote, ferme, passive. Era una sensazione vivida: lui, immobile col volante in mano, vedeva la strada, il paesaggio e la notte, venirgli incontro, quasi fossero cose vive, che lo invitavano ad entrare in scenari sempre nuovi, al ritmo di una musica artificiale, ma che sprigionava melodie sovrumane, quasi divine. La sensazione si prolungava, sino ad aderire perfettamente a qualcosa che lui percepì come “realtà”.
In quel preciso istante, la vide. Era una farfalla dalle ali bianche, immacolate; grandissima, bellissima. Aveva attraversato, muovendosi al ritmo della musica, tutto il cristallo del parabrezza anteriore, per andarsi a posare dolcemente sullo specchietto retrovisore esterno. Poteva vederla lì, a pochi centimetri dal suo naso. Lui fu colto da meraviglia infantile, e la gioia che aveva preso il suo cuore si espanse a dismisura quando vide arrivare le altre farfalle. Erano tantissime, coloratissime, le loro ali sembravano disegnate dal Divino in persona, e sicuramente, pensò lui, non poteva che essere così. Lui abbassò il finestrino, e le farfalle, che continuavano ad arrivare a lui sempre più numerose, magnificarono del palpito delle loro ali anche l'interno dell'auto. Frattanto, fuori, il paesaggio aveva improvvisamente smesso di scorrere, e si era fermato. Le farfalle improvvisamente scesero dall'auto, e lui le seguì.
Al posto di quello che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere una normale stazione di servizio autostradale, era una specie di ritrovo notturno. La scritta luminosa, sopra, recitava “Crazy Butterfly”, lampeggiando alternativamente di blu, verde, giallo e rosso. Entrò, preceduto dalle sue farfalle. Nessuno gli domandò il biglietto. Dentro il locale risuonava la stessa musica che l'aveva accompagnato nell'auto. L'ambiente era pieno di farfalle dai colori magnifici, che volteggiavano a tempo di musica deliziando i presenti, un pubblico di persone di tutte le età che gli sorridevano e sembravano lieti di vederlo aggiungersi alla loro compagnia, e al bancone bar, con sua sorpresa, incontrò Vanessa, l'amica della reception della ditta, che gli stava sorridendo e sorseggiava un cocktail.
“Tu ...qui?” disse lui.
“Io sono sempre stata qui” rispose lei sorridendogli.“piuttosto” proseguì lei “benvenuto a te, tra le farfalle”.
“Io credevo che si fossero estinte” disse lui “non vedevo che falene in giro”.
“Oh, le falene” riprese lei, “quelle siamo sempre noi farfalle”.
“Come sarebbe a dire?” chiese lui stupito.
“Non esistono falene e farfalle, quelle che vedi in città siamo sempre noi farfalle che ci travestiamo da falene. Lo facciamo per provocare. Per vedere quanti tra voi se ne accorgono, e quanti restano indifferenti” rispose lei.
“Ma cos'è, uno scherzo? Io avevo preso sul serio 'sta cosa, ed ora invece salta fuori che è una presa in giro!!!” sbottò lui, oltre che sorpreso, lievemente irritato.
“Beh, non credo sia uno scherzo. Quando ci viene ordinato di fare qualcosa, in genere, è roba seria”, disse lei tranquilla.
“Ordinato? Chi ve l'ha ordinato?” inquisì lui.
“L'istinto, l'intuizione. Viene da Madre Natura, o da Dio, adesso non so bene... Anche tu comunque ce l'hai, ricordi? Altrimenti cosa ci faresti qui, se non avessi intuito che qualcosa laggiù, in città, non andava?” disse lei serenamente.
“Perchè? Che senso può avere tutto questo?” domandò lui, mentre vedeva volteggiare meravigliose farfalle e ridere di felicità alcuni presenti.
“Beh, a quanto pare, ogni tanto, nel mondo, c'è qualcosa di vecchio che deve morire e qualcosa di nuovo che deve nascere. Il mondo deve cambiare, e pare abbiano deciso che il momento sia arrivato. Fenomeni anomali come quello di noi farfalle servono a segnalare che le cose stanno cambiando e aiutano le persone che se ne accorgono a scegliere. Tu stai conoscendo la differenza tra farfalle e falene. Così puoi scegliere. Che ne dici, ti piace qui?”, disse lei, alludendo, con un gesto della mano, al posto dove si trovavano.
Lui guardò negli occhi Vanessa, sorrise, ed ordinò al barista il cocktail specialità della casa.
Quella notte fu lunghissima, sembrò non finire mai.

Il lunedì successivo, lui si presentò in ufficio, puntuale come sempre. Sorrise a tutti gli sguardi perplessi dei colleghi, mostrò di ascoltare attentamente le critiche che il capo gli rivolgeva sulla pochezza dei risultati che aveva ottenuto la settimana precedente. Rise, senza farsi troppo notare, delle ossequiose risate di scherno dei colleghi, e del loro riverente buonumore diffuso.
Cominciò la nuova settimana disteso e sereno. Attorno a lui volavano solo Farfalle.

Marco Bertelli

giovedì 11 luglio 2013

Falene e Farfalle - Parte 1^

“Non c'è Luce nella luce del giorno. C'è solo nebbia. Una nebbia potente, tanto da sembrare invisibile, tanto da intrappolare la mente e addormentare il Cuore”.
Un pensiero ad alta voce, improvviso e perentorio, sussurrato alle gocce d'acqua che, indifferenti, scendevano nella doccia e correvano ad abbracciare le essenze di sandalo che aspettavano nel bagnoschiuma, versato abbondante sulla pelle già umida, per poi evolvere in un profumo dolce e inebriante. Lui sapeva che a nessun altro quel suo pensiero poteva essere rivelato. Ne era certo, perchè da un po' di tempo vedeva correre i suoi pensieri, come spinti da un'incontrollabile forza, lontano da quelli delle persone che popolavano la sua quotidianità.
A causa delle falene. Ce n'era un'invasione. Da qualche settimana a quella parte se ne incontravano ovunque, a stormi: per strada, nei bar, nei centri commerciali, nelle fabbriche, nelle officine, negli uffici. Persino nel suo climatizzatissimo e modernissimo ufficio, sede di una famosissima compagnia telefonica internazionale, che da lui, suo agente di vendita, si aspettava fatturati sempre più strabordantissimi.
Non è che lui odiasse le falene, anzi, gli erano anche simpatiche, e poi sapeva che erano del tutto inoffensive; il fatto è che le falene dovrebbero vivere di notte e nelle zone ad alto tasso di vegetazione. Cosa ci facevano (così numerose, tra l'altro) attaccate agli scappamenti delle auto in coda sulla tangenziale, o tra gli scaffali dei detersivi al supermercato, o sulla punta dei trapani negli studi dentistici, o sopra i display dei registratori di cassa delle farmacie, o nel portapenne sulla scrivania del suo capo, tra il tagliacarte d'argento e la Mont Blanc d'oro?
Aveva provato a parlarne in giro, ai suoi colleghi in primis: nessuno sembrava notare il fenomeno. “Ho da far firmare i contratti io, altro che pensare agli insetti, mica mi pagano le tasse quelli. Dovresti pensarci anche tu, sai? Per gli insetti c'è l'apposito spray insetticida”, questa era la risposta che veniva pedissequamente ripetuta da ogni bocca di collega, dopo che le rispettive orecchie avevano udito la domanda: “Ma hai visto quante falene ci sono in giro? Non ti sembra strano?”.
“Le falene sono innocue farfalle notturne, non zanzare-tigre. E poi un insetticida non le farebbe nemmeno starnutire. Stamattina, mentre ero all'ingorgo, ne ho contate ventitre che danzavano allegramente la samba dentro una nuvola diesel che usciva dalla marmitta di un tir polacco. E' una cosa del tutto assurda e innaturale”, tentava di far notare lui. Ciò che gli altri sembravano notare, però, era quel suo strano incaponirsi su quello che, secondo loro, era un casuale, insignificante fenomeno. Il fatto che tv, giornali e web, quasi non facessero menzione di tale fenomeno, contribuiva in maniera determinante a rendere ancor più imbarazzante la sua posizione nei confronti dell'opinione pubblica, rappresentata non solo dai colleghi ma anche da amici abituali e i familiari, che per sua fortuna non vivevano con lui, essendo egli un single nel mezzo del cammin di sua vita.
Molteplici correnti di pensiero si erano diffuse a proposito del suo recente stato mentale, tra parenti e conoscenti vari:
“Ha bisogno di una donna, di un rapporto solido”, pensava chi gli voleva bene.
“Sta diventando deficiente”, il restante 98,7 %.
“Lo stiamo perdendo”, concordavano tutti.
Lui, dal canto suo, un po' si stupiva delle altrui opinioni nei suoi riguardi, ma, ciò nonostante, continuava a mostrare preoccupazione per il fenomeno delle falene.
“Come mai non si vedono più farfalle, con le loro meravigliose ali vellutate, dai colori più fantasmagorici? Mi basterebbe anche una farfalla con le ali bianche, ma non ne vedo più nemmeno di quelle. L'altro giorno, andando a visitare un cliente poco fuori città, sono passato vicino ad un bosco. Mi sono fermato, sono sceso dall'auto e sono andato a vedere se trovavo qualche farfalla. Macchè, solo sciami di falene. Rumorosissime. Ne ho viste che ronzavano attorno ad un cinghiale che mi ha guardato preoccupato prima di addentrarsi nel bosco, scocciatissimo. Quasi fosse colpa mia...”. Questo fu il suo estemporaneo intervento, poco prudente secondo i più benevoli, effettuato nel corso della consueta riunione programmatico/motivatoria degli agenti di vendita del lunedì mattina, e che gli costò una serie di sguardi perplessi dei colleghi e osservazioni sarcastiche da parte del capo: “Ti vedo un po' strano ultimamente. Dicono alcuni tuoi colleghi, che da un po' di tempo ti interessi parecchio agli insetti, ma quel che è grave è che lo dice anche il report del tuo fatturato. Che pensi di fare? In questa azienda non è prevista la mansione di insettologo”.
Ossequiose risate di scherno dei presenti, riverente buonumore diffuso.
“Le falene non sono soltanto insetti, sono farfalle notturne, non dovrebbero girare a sciami di giorno. E poi si dice entomologo, non insettologo”, la sua laconica replica.
Imbarazzo generale. Silenzio. Il fatturato complessivo del gruppo di agenti, la settimana precedente, non era stato poi così disastroso. Il capo, pietosamente, decise di soprassedere.
Quell'osservazione del capo, però, fu il preludio di una settimana piuttosto deludente per lui. Continuava ad osservare quel fenomeno alquanto anomalo, e la parallela indifferenza altrui. Osservava, e questo era ancor più deludente, come i clienti si mostrassero ritrosi ad accettare proposte da un agente di vendita, simpatico sì, ma più incline all'entomologia che agli aspetti economici del contratto da firmare. Certo, lui si rendeva conto che non era tenuto a parlare di falene e farfalle durante le trattative, ma per lui era un impulso irresistibile, che non poteva e forse, in cuor suo, non voleva controllare. Un impulso che non sapeva bene da dove arrivasse, ma che sentiva di dover assecondare, quasi nascondesse in sé una rivelazione: ma quale?
Per il momento, l'unica cosa che a lui si era rivelata, era la spaccatura tra egli stesso e il mondo, evidenziatasi nella progressiva perdita di sintonia con gli schemi e i pensieri che, sino a poco prima, gli erano abituali. Spaccatura che si manifestava sempre più macroscopica nell'atteggiamento degli amici che era solito frequentare, e che ultimamente non gli chiedevano nemmeno più quali proposte avesse per il fine settimana, tali da rendere meno doloroso e noioso il passaggio del tempo che intercorreva tra le sei del venerdì sera e le otto del lunedì mattina successivo. Era da un po' che lui non riusciva più a pronunciare alcune parole, tra cui “stadio”, “pub”, “birreria”, “pizzeria”, “ristorante” e “discoteca”. Per i suoi amici questo suonava parecchio male; per loro, lui era diventato simile ad un soldato che non ricordava più la parola d'ordine, e che per questo non poteva essere riconosciuto come amico dalla sentinella di guardia al sacro altare del week-end.
Lui, in fondo, non se ne rammaricava più di tanto. Piuttosto, gli mancavano le farfalle. Questo, a ben vedere, era ciò che lo sconfortava più di tutto.
Così, quel venerdì sera, sotto la doccia, quell'improvviso pensiero. Quella nuova rivelazione che la sua voce rapiva dal cuore: “ Non c'è Luce nella luce del giorno. C'è solo nebbia....”. 

Fine prima parte
 

Marco Bertelli

mercoledì 1 maggio 2013

Il senso (non) comune delle cose

Primo Maggio 2013, ore 10,30 circa. Esterno di un centro commerciale qualsiasi della bassa padana. L'altoparlante che diffonde musica a caso, per il comodo sonno degli avventori che stanno varcando la soglia dello spaccio, si interrompe improvvisamente. La speaker annuncia: “La Signora Gesualda Strapacchioni è attesa urgentemente dal figlio al punto raccolta clienti”. Il nome della signora è ovviamente di fantasia, l'annuncio assolutamente no.
C'è un figlio che è alla disperata ricerca della madre, che non trova più.
A me, personalmente, piace capovolgere la cosiddetta “normalità”, ovvero il senso della realtà così come viene concepito dal “senso comune”. E' un esercizio che faccio quotidianamente, proprio perchè al cosiddetto “senso comune” non credo più da molto tempo, oramai. Quando, per esempio, vedo padre e figlioletto che passeggiano in un posto qualsiasi, sono più propenso a pensare che sia il bimbo che “tiene” la mano del padre, e non viceversa, come ai più verrebbe spontaneo pensare.
Capovolgere il “comune” senso delle cose, in effetti, più che un “esercizio”, è un modo come un altro di vedere la realtà. Mi rendo conto (senza rammarichi da parte mia) che parlarne in giro non depone molto a favore della mia “sanità mentale” agli occhi dell'opinione pubblica, ma quell'annuncio di cui sopra, se non altro, mi da un po' di coraggio nell'affrontare le perplessità degli assertori del “senso comune”, nel caso volessi aprire con loro un dibattito sulla validità del medesimo. No, meglio di no. Nessun dibattito. Non mi interessa imporre ciò che io suppongo sia l'assoluta validità di una teoria “sconvolgente”, né, a mia volta, mettere in discussione la “sanità mentale” di chicchessia.
In fondo, ognuno vede ciò che crede di vedere.
Sta di fatto che i genitori che un tempo “perdevano” i loro pargoli irrequieti che si allontanavano per i fatti loro, attratti da chissà quali curiosità, mentre i genitori magari erano impegnati a contemplare, fantasticando, qualche vetrina che calamitava a livelli inverosimili la loro attenzione, oggi vengono “smarriti” dai rispettivi figlioli, costretti a rivolgersi al personale di servizio per recuperarli.
Forse ci dovremo abituare ad episodi di questo tipo, o forse ci siamo già abituati. Anzi, credo proprio che ci siamo talmente abituati, che già non ci facciamo più caso.
Nessuno, o quasi, ha fatto per esempio caso al fatto che oggi, Primo Maggio, festa dei lavoratori, ci sono un sacco di negozi aperti nelle città e centri commerciali di periferia che funzionano a pieno regime, con personale di servizio efficientissimo, che recupera genitori smarriti con brillante facilità.
Per il “senso comune”, oggi dovrebbe essere la Festa dei Lavoratori.
Per il mio “senso (non) comune”, oggi è un giorno in cui, come in tutti gli altri giorni, il lavoro ha “fatto la festa” ai lavoratori.
Pensate pure, se vi piace, che io abbia problemi di “sanità mentale”.

Marco Bertelli